25 maggio 2014: un voto misconosciuto e necessario

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elezioni europee

Tra l’indifferenza di una fetta sempre più larga di elettorato e i toni violenti di chi preferisce leggere i fatti della politica estera – europea o mondiale poco rileva – perennemente in chiave nazionale, fra pochi giorni noi tutti cittadini dei paesi dell’Unione Europea “saremo chiamati” (così recitano sempre, con enfatici richiami vocazionali, le formule giornalistiche) ad esprimere il nostro voto per il rinnovo del Parlamento Europeo.
Babele politica o un alto foro di dibattito?
Ognuno ha la sua risposta.

Intanto, centinaia di nuovi e vecchi eurodeputati in quota a 28 stati emergeranno, o resusciteranno, dalle urne il prossimo week-end: in giornate differenti, in consultazioni politicamente differenti (solo ‘europee’, in abbinamento con elezioni nazionali e/o locali) e con vari adattamenti al sistema proporzionale buono per tutti; circostanze, queste, che in aggiunta al coacervo linguistico e alla moltiplicazione delle sedi dell’Assemblea (statutariamente sono tre: a Bruxelles, a Strasburgo, a Lussemburgo, sede del segretariato), quanto a giudizio complessivo farebbe piuttosto propendere per l’ipotesi ‘biblica’. Anche i numeri della rappresentanza non contribuiscono ad attenuare la confusione: fissata dall’accordo di Lisbona (dicembre 2007) in 750 membri più uno – il presidente – la pattuglia degli euro-parlamentari, alle consultazioni del 2009 ne vennero tuttavia eletti ‘soltanto’ 736; dopo quasi due anni il ‘trattato di riforma’ non aveva infatti ancora perfezionato il proprio iter di ratifica.
Di seguito, una controversa attribuzione di seggi addizionali e l’ingresso nell’Unione della Croazia nell’estate dello scorso anno hanno fatto lievitare il numero complessivo ben oltre il limite stabilito.
Incidenti di percorso; stavolta si fa (forse) sul serio. Il trattato di Lisbona è stato da tempo ratificato, previa negoziazione di garanzie aggiuntive ai tradizionalmente restii irlandesi e ai cechi, preoccupati del possibile riemergere di irrisolte questioni legate ai tragici fatti della seconda guerra mondiale, e grandi sono le attese per il futuro del Parlamento, unico organismo eletto della pletora istituzionale comunitaria. Il tutto però cucinato in salsa nazionale, dunque con i riflettori italiani puntati su Renzi-Grillo-Berlusconi, quelli francesi su Hollande-LePen e un redivivo Sarkozy, che si impegna nella campagna elettorale (ed il suo partito…trema), mentre il parlamento greco si conferma spaccato a metà e persino “The Times” ammette che «non ci sono mai state elezioni europee che importassero come queste», ora che la Gran Bretagna si ri-scopre paese di immigrazione netta (+27% su base annua).
Se la commistione nazionale condiziona indubbiamente il dato politico europeo, rendendo subalterno l’intero percorso integrazionista alle contese (e spesso alle beghe) locali, irritarsi per questa commistione e ragionare snobisticamente solo in chiave-UE risulterebbe del tutto irrealistico. Eppure non va dimenticata la particolarità del cammino compiuto dal Vecchio Continente, a dispetto delle varie re-interpretazioni che ogni raggruppamento politico tende a fornire, in maniera conforme ai propri obiettivi.
In primo luogo, esiste un valore ‘morale’ dei trattati di Roma che, come ha di recente opportunamente ricordato Mario Pingerna, non può essere tralasciato: oggi appare scontato ma, dai timidi esordi al piano Schuman alla firma in Campidoglio, integrazione europea ha significato innanzi tutto pace e sicurezza per il continente in un momento in cui nessuna delle due era scontata. La dimensione politica rappresenta un ulteriore elemento di interesse, dal momento che l’Assemblea si è ora vista aumentare in maniera più che notevole il proprio raggio d’azione nel procedimento legislativo e in tema di bilancio – con il superamento dell’artefatta distinzione tra spese obbligatorie e non – oltre alla rilevante titolarità ad eleggere il presidente della Commissione. Si tratta di stabilire ora se, oltre alla pace (mai certa, ci minacciano estremismi e xenofobie nuove e un po’ vecchie) e al perfezionamento istituzionale, l’Unione sarà anche veicolo di rinnovata e condivisa prosperità. Con un occhio rivolto al futuro, ma facendo tesoro delle esperienze passate: l’euro-scetticismo di ieri – anzi, l’euro-contrarietà ideologizzata – si può trasformare in più convinta adesione agli ideali comunitari (il centro-sinistra italiano ne è un esempio), la propaganda passata di chi riteneva necessario un riordino macro-regionale che legasse le aree più produttive del paese alle omogenee realtà mitteleuropee può essere derubricata a crociata contro i ‘tecnocrati’ di Bruxelles e la Germania merkeliana über alles.
Proclamava più di 60 anni fa Alcide De Gasperi, all’atto di ricevere il “Premio Carlo Magno” nella città di Aquisgrana: «La fede ci sostiene e l’ottimismo, quando si tratta di realizzare un grande ideale politico e umano quale la riunificazione europea, è virtù costruttiva. Di pari passo però con il rafforzamento e l’accrescimento di potere delle istituzioni federali, devono procedere i progressi di una mentalità europea. Le istituzioni supernazionali sarebbero insufficienti e rischierebbero di diventare una palestra di competizioni di interessi particolari, se gli uomini ad esse preposti non si sentissero mandatari di interessi superiori ed europei».
Chi condivide un sincero anelito europeo (e le delusioni che ne derivano) non può non chiedersi quale schieramento, nel panorama politico attuale, dia migliore risposta a queste parole.
E poi votare di conseguenza.

 

Gianluca Borzoni