Accoglienza turistica: talento e dono. Ma anche lavoro.

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“Piccoli gesti, fatti di piccoli niente, perché la cosa principale che si dà in dono è una parte di noi. E’ questa l’ospitalità che si ricorda, che si desidera, e che può creare relazioni”. Fare accoglienza turistica parte dall’indole innata di un popolo, come può essere quello sardo, di far sentire a casa “s’istranzu”, offrire i frutti delle proprie fatiche lavorative per donare degna accoglienza nella casa di una più o meno breve vacanza. Ma diventa anche cibo, racconto del proprio vivere, condivisione di tutto quanto si possiede. Un semplice e formale “bene bènnios”, in Sardegna non e’ mai esistito, abbiamo sempre avuto la virtù di voler fare di più, di creare relazioni di amicizia fraterna, di rendere partecipi gli ospiti del nostro vivere. Con l’evoluzione del marketing turistico, anche l’accoglienza ha segnato il passo. Diventa inevitabile la necessità di essere bravi, competitivi, più che in passato. “Su bonu coro” va bene, ma diventa ancora più efficace e produttivo -ai fini di fare del turismo una vera attività – se possiamo competere con altre località, a suon di competenze (appunto): diventa necessario alzare il livello dei servizi offerti, conoscere il territorio per valorizzarne le potenzialità, e con queste intendo anche quelle umane.
Su questa base l’accoglienza può aiutare varie attività: hotel, camping, albergo diffuso, B&B, uffici informazione, agriturismo, musei, guide, accompagnatori, interpreti, agenti di viaggio, attività commerciali che propongano prodotti artigianali locali, ristoranti tipici. Su questa base il nostro Paese può recuperare la propria cultura dell’ospitalità e dell’incontro. Su questa base anche il web ed i Social Network possono essere alleati formidabili per lo sviluppo. E su questa base tante parti del nostro Paese possono fare del turismo un’industria che crea occupazione e reddito (senza ciminiere).

La Sardegna, a mio parere, per quanto abbia sempre dimostrato  (anche recentemente, in occasione degli eventi terribili seguiti all’alluvione) un cuore grande, tende a rallentare quando si tratta di dover imparare da quelli più bravi (perché più esperti, in quanto hanno avuto la lungimiranza di migliorarsi e rendersi protagonisti del mercato turistico). Se si dovesse fare una sorta di censimento delle strutture esistenti, di quelle che potrebbero essere migliorate per renderle più utili ai fini turistici, aggiungiamo anche la volontà di tante professionalità che sono -dolente nota- dovute emigrare, possiamo rappresentare un quadro che nel momento in cui ci fa riflettere, dovrebbe anche portare a farlo a tutti coloro chi si riempiono la bocca di programmazione turistica. Come dice – a ragione – Lucio Murru: “Inutile appellarsi alla parola magica “sistema” turistico. Essa appare solo e soltanto nei manuali e nei convegni. Ecco perché nel documento prodotto dal Laboratorio 1 di Sardegna2050, accanto alla parola “Piano Straordinario per il Turismo” abbiamo voluto aggiungere Tourism Re-engineering, ad evidenziare con forza la necessità di mettere il comparto turistico al centro di un radicale ripensamento dei meccanismi di funzionamento, gestione e interfaccia che devono necessariamente passare all’interno di un Piano urgente e quindi straordinario”. Diventa determinante, urgente, stabilire una stretta interconnessione tra il Piano Straordinario per il Turismo e il dovere di imparare l’accoglienza. Ci si deve aggiornare, i servizi devono diventare all’altezza di una potenzialità che lasci realmente il segno in un tessuto economico che vanta delle potenzialità inespresse ma continua a voler coltivare la piccola ospitalità di paese e magari pretendere di lavorare più dei due mesi estivi. L’ospitalità e’ sempre stata molto viva in Sardegna, ha sempre costituito motivo di orgoglio avere a casa molti ospiti di vari paesi, ai quali, oltre al vitto e alloggio per due o tre giorni, alla partenza dell’ospite si usava offrire “su corriolu”, un pane di pasta dura di semola, finemente lavorata e qualche altra cosa particolare, a seconda delle disponibilità. Ancora oggi chi viene in visita a parenti ed amici, riparte con un piccolo dono: il formaggio, il vino, l’olio.

Il tema dell’accoglienza è centrale per chi si occupa di turismo, ma richiede una continua riflessione, immediatamente accompagnata da azioni concrete a sostegno. A questo tema anche in Sardegna si dedicano poca attenzione, poca progettualità e poche risorse.
Molti operatori turistici, molti politici, sono portati a pensare che fare della buona promozione sia sufficiente. Poi, se l’ospite lo accogli ma gli offri servizi che alla prossima vacanza andrà a cercare in altre località, pensiamoci prima. Eppure vi sono destinazioni che hanno turismo anche senza fare promozione, destinazioni che sono state scoperte dai turisti, e che possono contare su flussi turistici senza averli promossi. La buona accoglienza diventa determinante. Non si può fare turismo perché viviamo su un territorio meraviglioso, dobbiamo saperlo e poterlo sfruttare nel modo più eco-sostenibile possibile. Non solo per un mero tornaconto economico, ma ci dobbiamo mettere passione. Senza passione non si può accogliere, al limite ospitare, ben diverso da “accogliere” e creare un’atmosfera accogliente e che faccia scattare il passaparola e far tornare le persone portandone delle altre.
Senza passione non si può creare una rete tra gli operatori, perché non si riesce a contagiare gli altri, a dare agli altri l’entusiasmo che tutti devono avere per capire che possono cominciare a collaborare, anche se sono concorrenti.
Senza passione nessuno può “vendere” il territorio. Se la crisi ci attanaglia e ci blocca, frena quella che vorrebbe essere la corsa del turismo sardo, la passione deve sostenere un’idea di fondo e fare buon uso del territorio. La politica e’ chiamata in Sardegna ad adottare “le politiche” necessarie e valorizzare i progetti finalizzati ad incidere davvero nell’economia turistica: ma l’accoglienza deve seguire la passione, si deve qualificare, deve essere il motore che spinge le iniziative. E’ “mala trassa” (cattiva abitudine) da parte di molti politici, pensare che un sito archeologico o un monumento ancora da restaurare, un palazzo nobiliare disabitato, un  monastero antico, una chiesa campestre, una torre, siano dei semplici ruderi, un peso economico.

Per valorizzare un bene culturale non e’ sempre necessario avere risorse economiche enormi.

Talvolta bisogna osare di più.

Credere nel volontariato, stimolare progettualità, puntare di più sul web, investire sulla formazione e nel marketing dell’accoglienza.

Anche questa può essere la nostra vera forza.

 

Serenella Mele