smile school

image_pdfimage_print

#SmileSchool – F come Felicità

 Torna la nostra rubrica di Alessandra Patti che stavolta vuol tirar fuori un sorriso anche nella (forse) esagerata tendenza a voler ridurre la scuola come un posto dove si deve per forza star seri.

#SmileSchool – F come Felicità

Sentimenti ed emozioni: questi sconosciuti.

Banditi dalla vita contemporanea.

Dalla frenesia dell’efficientismo.

Dalla società ipertecnologica.

Dal razionalismo spinto.

Dalla ricerca del risultato efficace.

Come se vivere e star bene non fossero compatibili.

Felicità.

Stato dell’animo di chi è sereno, non turbato.

Felicità.

Che tutti bramiamo, sogniamo, cerchiamo intimamente.

Che non è lecita apertamente.

Non rientra fra gli intenti perseguiti pubblicamente.

Mai vista una carta dei servizi di una amministrazione che la contenga come obiettivo.

Al più si trova il termine benessere.

Quasi si volesse scindere lo star bene delle persone dalla disposizione psichica che lo determina.

La scuola è una amministrazione pubblica.

Il suo fine è l’educazione delle giovani generazioni, la loro preparazione alla vita, la loro istruzione.

Un progetto ambizioso e serissimo.

Affrontato con serietà.

Persino con solennità.

Con severità.

Con rigore.

Con gravità.

Insomma con tristezza.

Il primo buon proposito dell’alunno è apprendere a star fermo e zitto.

Chi si muove è perduto.

Additato come discolo, quando va bene.

Maleducato, in molti casi.

Iperattivo patologico, quando va peggio.

Togliamo quindi tutti gli ammennicoli che possano provocare voglia di muoversi.

Eliminiamo tutte le occasioni che possano promuovere caos.

Abbandoniamo tutte le situazioni che possano generare rumore.

Giochiamo, ma con ordine.

Coloriamo, entro i bordi.

Corriamo, senza sudare.

Cantiamo, in coro.

Esultiamo, con prudenza.

Viene definito processo di scolarizzazione: imparare a rispettare le regole della convivenza civile.

Come si impara l'osservanza delle norme?

Con il veto: è vietato far chiasso, creare confusione, parlare.

E’ vietato spostarsi senza autorizzazione.

E’vietato bere.

E’ vietato avere pensieri distraenti.

E’ vietato fare domande non contemplate.

E’ vietato provare curiosità.

E’ vietato esternare il proprio stato d'animo.

Tirando le somme, è vietato esser felici.

Eppure ….

La socialità è uno dei fini dell’educare.

Socialità significa star bene con gli altri.

Per star bene con gli altri si dovrebbe star bene con se stessi.

Ergo esser felici.

Cosa impedisce di educare alla felicità?

Cosa impedisce di sorridere mentre si svolge il delicato compito dell'insegnare?

Cosa impedisce di coniugare istruzione con passione, movimento, colore, entropia?

In molte organizzazioni lavorative nel mondo (Google, Ikea, Lego, fra le altre; ma anche a Dubai

esiste il People Happiness Department) la felicità non solo è contemplata come elemento necessario

allo sviluppo aziendale, ma è addirittura ricercata. (vedi http://positivesharing.com).

Già nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti dell’America del 1776 è indicato, tra i Diritti

inalienabili, il diritto alla ricerca della Felicità.

Perché il livello di soddisfazione delle persone incrementa la loro motivazione.

Migliora le performances professionali.

Stimola la partecipazione.

Aumenta la creatività.

Agevola il problem solving.

Potenzia le energie.

Incita all’innovazione.

Favorisce l’assunzione di responsabilità.

Fa maturare la persona.

Fa crescere il gruppo.

Tutti ingredienti irrinunciabili nel processo educativo.

Da quest’anno all’ #ICSestu (Istituto Comprensivo di Sestu, Cagliari) nel quale lavoro abbiamo inserito in organigramma il Referente della Felicità di istituto.

Il nostro Chief Happiness Officer scolastico.

Portatore sano di sorrisi.

Ricercatore di buone prassi.

Generatore di opportunità positive.

Trainer del ben-essere.

Vogliamo star bene.

Noi.

Vogliamo far star bene.

I nostri studenti.

Tutti.

#nonunodimeno

#SmileSchool – E come Empatia

Nuovo appuntamento con la rubrica di pensieri e riflessioni sul mondo della scuola. Oggi entriamo nel mondo delle emozioni. 

Pathos.

La capacità di suscitare emozione, densa, intensa.

Calore, vicinanza, immediatezza.

Empatia.

Nella relazione interpersonale è la capacità di mettersi nei panni dell’altro, com-prenderne lo stato d’animo, leggerlo e abbracciarlo, inglobandolo nel se.

Com-partecipare all’altro da sé.

La relazione educativa è un caso particolare di intersoggettività, che si realizza in maniera intenzionale e consapevole all’interno della scuola.

L’adulto scientemente si pone come guida esperta di un individuo in crescita.

Deliberatamente.

Per scelta professionale.

Egli è dotato degli strumenti che gli consentono di agire in modo responsabile per guidare il discente nel passaggio dall’età dello sviluppo alla maturità.

Discente.

Esiste il prototipo del discente?

Il modello emblematico al quale riferirsi quando ci si trova in una relazione educativa?

Discente è persona.

Persona è diversità.

Diversità è alterità.

Per ri-conoscere l’altro-da-me come parte-di-me, della comunità che con-dividiamo, il rapporto empatico è la chiave.

Partendo da questo presupposto, è dunque possibile adottare un paradigma educativo che ricomprenda tutte le divergenze di tutti gli altri-da-sè?

Se questo paradigma ha carattere di plasticità, è sufficientemente morbido da accogliere tutto il polimorfismo umano, è predisposto alla mutevolezza, si adatta al cambiamento, allora forse si può.

Se questo paradigma include in primis il sentire, oltre alle conoscenze (sui processi di apprendimento, lo sviluppo cognitivo etc…), la relazione educativa che si sviluppa al suo interno potrebbe essere di successo.

Il successo formativo, quello al quale sono indirizzate le azioni del sistema di istruzione.

Il successo formativo, quello diretto alla crescita della persona, dell’uomo e del cittadino.

Il successo formativo, quello orientato ad offrire pari opportunità di apprendimento agli studenti e alle studentesse.

Pari dignità alla loro origine sociale, religiosa, sessuale, culturale.

Pari occasioni di crescita personale.

Crescita.

Si cresce se si cammina insieme.

Si cresce insieme se il modello di riferimento è: io vinco-/ tu vinci.

Perchè il risultato dell’equazione è: noi vinciamo.

Il gioco di squadra è funzionale al ben-essere di tutti.

Il gioco di squadra è funzionale se agiamo in sinergia.

Sinergia significa cooperare, collaborare.

Sinergia produce potenziamento dell’azione individuale.

Moltiplica gli effetti positivi.

Mette in reciprocità.

Crea armonia e vicendevolezza.

Riduce la dissonanza.

Accorda le vibrazioni.

Rende partecipi.

Tutti.

#nonunodimeno

 

Alessandra Patti

image_pdfimage_print