#SmileSchool – D come Divergere

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Quinta puntata della nostra Alessandra Patti che oggi affronta il tema delle eterogeneità che può portare interessanti risvolti. 

#SmileSchool – D come Divergere

A ben riflettere il compito affidato al sistema scolastico è impraticabile.

Fornire a tutti livelli minimi di competenze di base partendo da situazioni personali variegate.

Garantire omogeneità partendo da eterogeneità.

Teoricamente offrendo l’opportunità a tutti – e a ciascuno – di sviluppare le proprie attitudini e potenziare i talenti.

Teoricamente.

Essendo un compito complesso, e faticoso, si fa prima a tener ferma solo la prima parte del progetto: omogeneizzare.

Che sarebbe pure non malaccio, se non fosse che dall’omogeneità all’omologazione il passo è breve…

E quindi?

Quindi spesso si finisce per adempiere amministrativamente a prassi non esperite nella realtà didattica; si chiamano “casi” gli alunni (i bambini, i ragazzi, le persone) che si discostano dalla normalità.

Normalità.

Altro non è che l’idea esemplare, il modello, quasi l’archetipo di studente che vorremmo.

In fin dei conti il normodotato non esiste.

Esiste Giovanni, che ha i genitori separati e di questo soffre. E quindi non “rende” quanto potrebbe.

Esiste Laura, che è figlia unica, i genitori lavorano entrambi e sta spesso con la nonna. E quindi non “rende” quanto potrebbe.

Esiste anche Giacomo, che il padre non lo ha, e ….

Poi esistono Rosa, Fiammetta e Fabio. Hanno situazioni socio-culturali di partenza svantaggiate. Vorremmo mica che siano nella media?

E non dimentichiamo Giorgio: famiglia ricostituita, padre risposato, madre single, affidamento condiviso ma conflittuale.

E Simone che è dislessico.

Invece Tiziana è disabile.

Quelli che potrebbero far bene son chiassosi, interrompono la lezione, non si concentrano quelle 4-5-ore-consecutive-senza-fiatare, ….insomma ha-le-capacità-ma-non-si-applica, è-intelligente-ma-non-studia, se-solo-si-impegnasse-di-più-avrebbe-risultati-migliori.

In totale 21 alunni.

Su 21 alunni circa 21 sono “casi”.

La classe-tipo.

E si che a fare i conti con i dati di realtà ci vorrebbe poco: com’è che l’alunno-tipo emerge solo in un’icona dell’immaginario collettivo della scuola? Com’è che in aula è merce rara?

E tutti addolorati ad autofustigarsi: non esistono più i bambini di un tempo, le famiglie non educano al rispetto, la società produce disvalori….

Un motivo per indossare il cappello di Calimero lo si trova senza neppure faticare.

Li vorremmo tutti uguali, questi esserini curiosi.

Li vorremmo non troppo curiosi, che poi si muovono.

E fanno disordine.

Vorremmo valorizzare il loro pensiero divergente, le capacità critiche, l’espressione di se, la motivazione ad apprendere, le intelligenze multiple, i talenti naturali.

In silenzio, però, che la confusione è fastidiosa.

E financo pericolosa, forse.

Come uscire da questo laccio che stringe la vita, al pari di una giacca stretta di spalle che rende goffi i movimenti?

Come far crescere la passione per la conoscenza?

Come spingere alla promozione di se l’audace e il riservato, l’arguto e il tedioso, l’informale e il raffinato, ciascuno secondo i propri tempi e modi?

Promuoviamo l’uguaglianza di opportunità o l’appiattimento verso un modello ideale?

Un caro amico istruttore di equitazione ha l’abitudine di rispondere agli aspiranti cavallerizzi che chiedono perchè l’equino sul quale montano muova le orecchie: “perchè è vivo! Se desideri un cavallo impalato te lo consiglio a dondolo …”

Non riesco a rinunciare al sogno di quegli sguardi che aspirano il mondo con voracità.

Non riesco a pensare al sogno come a una speranza.

Non posso.

Perchè il sogno induce al movimento, chiede di essere inseguito e realizzato.

La speranza è intrisa di fatalità, e invita all’attesa di una soluzione spontanea.

E i nostri ragazzi non sono spore fungine che attendono nel sottobosco la pioggia, e speriamo che arrivi.

I nostri ragazzi sono vivi, muovono le orecchie, agitano le mani, roteano le pupille e hanno in punta di lingua mille domande che aspettano l’occasione di essere poste.

Attendono che noi offriamo loro l’opportunità.

Noi che siamo professionisti dell’educare e del formare.

Che amiamo il nostro lavoro proprio perchè è sempre diverso.

Che lo abbiamo scelto perchè abbiamo consapevolezza del processo di crescita delle persone che ci sono affidate.

Che lo portiamo avanti con passione e non come missione.

Che amiamo Giacomo perchè somiglia a Fabio ma non è Fabio.

Che riconosciamo che Fabio è diverso dal prototipo di Fabio.

Che vogliamo che ciascuno di loro possa attuare il diritto di essere ciò che è.

Tutti.

#nonunodimeno

 

Alessandra Patti