Turismi da incubo #14

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Sea

and

Sardinia.

 

Non è necessario essere Nicholas Negroponte, il più straordinario visionario tra quelli che fanno previsioni sul futuro ( ma lui ci azzecca), per capire che il turismo come lo intendiamo oggi, verrà spazzato via dai tempi.
Sarà necessario inventare una rivoluzionaria “estetica del turismo“, una grande bellezza nelle infrastrutture, nei comportamenti e soprattutto nella natura, che probabilmente guiderà le strategie di sviluppo future e certamente i flussi della domanda turistica..
Una estetica che ci è oggi quasi sconosciuta.
Al contrario, risultiamo ben piazzati nella categoria opposta, quella dell’anti-estetica. A ben vedere, infatti, il genere architettonico – ben noto al sud tanto da meritarsi il titolo di “non finito Calabrese” – è di casa anche in Sardegna.
Il forato a vista, il tondino di ferro che svetta sul tetto in attesa di nuove sopra elevazioni, la finestra del piano superiore murata, il marciapiede dissestato ed il cartello stradale sparato, sono biglietti da visita poco identitari, forse, ma purtroppo ricorrenti all’ingresso di tanti paesi dell’interno.
Se ci spostiamo sulla costa questo degrado migliora un po’ sulle architetture delle abitazioni, ma raggiunge bassezze inusitate nell’ambiente.
La sindrome “nimby” impera.
Al di fuori delle rotatorie euro-finanziate delle sedicenti zone industriali, delle aree protette curate d’estate per decreto, e qualche Comune virtuoso, abbiamo una evidente lontananza rispetto a quella estetica che dovrebbe essere il pane quotidiano dei nostri prodotti turistici.

Spiagge, litorali, dune, stagni in condizioni critiche, privi delle cure minime necessarie, carenti nelle manutenzioni e nelle attenzioni, sono la cartina di tornasole di questa estetica dell’abbandono. Incompiuta, dimenticata, più vicina al quarto mondo che a territori con ambizioni turistiche.
Il fatto di essere in buona compagnia, perché anche in luoghi mitici come Pompei trovare i bagni sia una caccia al tesoro e con oltre due milioni di visitatori siano riusciti ad appaltare un unica area di ristorazione ad Autogrill, non ci deve rasserenare.

E’ lampante il grave ritardo culturale nell’affrontare questi temi.
E non vi è, salvo qualche voce isolata, la consapevolezza che non ci occupiamo a sufficienza della pulizia e della salute di quello che è – e sarà ancora per molto tempo – il nostro bene turistico primario, i territori costieri.
Non possiamo continuare a raccontare al turista deluso che non possiamo fare nulla per evitare le cicche sotto la sabbia. Nè che i bagni pubblici inesistenti, come i cestini per i rifiuti, siano la parte selvaggia della nostra terra. O che il fetore della poseidonia in macerazione sia un sintomo di salute del mare, o che quella schiuma gialla maleodorante sullo stagno sia lì perché da noi la natura è pura e incontaminata.
Anche fosse vero, non ci credono più.
Non sono più i tempi di viaggiatori ingenui e generosi come “the queen bee” e il suo erudito cavaliere che arrivando col piroscafo quasi 100 anni fa, raccontarono al mondo della “primitive wildness of Sardinia“.
La desolazione e l’assenza di presenze umane sui territori al giorno d’oggi convince solo sparute nicchie di turismi nichilisti. Gli altri ci guardano pensando che li stiamo prendendo in giro e si convincono invece che siamo incapaci di produrre uno straccio di regolamento o di organizzare cose e persone per la cura, pulizia, sorveglianza e valorizzazione dei nostri siti, degli ambienti dunali, delle aree popolate da fenicotteri e cavalieri d’Italia.

Siamo riusciti ad assumere un gran numero di forestali (regionali e statali) per impedire bracconaggio, incendi e tante altre belle cose.
Peccato che abbiamo dimenticato gli unici elementi che hanno e avranno sempre più il potere di sviluppare PIL: le coste. Anziché presidiarle seriamente siamo riusciti egregiamente in una ben nota specialità italiana: duplicare le funzioni.
È rarissimo infatti trovare i corpi forestali a presidiare le spiagge; è più facile vederli fare controlli in mare, come se Guardia Costiera, Carabinieri, Polizia, Polizia penitenziaria, Finanza ed enti locali non bastassero a rendere imbarazzante il traffico marittimo.
Sequestriamo ogni anno negli aeroporti quintali di conchiglie, stelle marine, sassi levigati dal mare, sabbia trafugata e infilata nelle bottiglie di plastica, solo perché non siamo in grado di produrre una informativa adeguata che responsabilizzi il turista e lo guidi verso la cultura del rispetto.

Ripeto, non è necessario essere Negroponte per intuire che sarà strategico diffondere cultura turistica e difendere e valorizzare il cuore dei prodotti turistici, per preservarli, consolidarli e offrirli intatti, per crescere su un mercato sempre più competitivo.
Altrimenti, il turista – arbitro imparziale, sempre più informato e dotato di spirito critico, infischiandosene di D. H. Lawrence e della sua ricerca di luoghi selvaggi – sarà pronto a fischiare il fuori gioco e scegliere di meglio.
Il che parafrasando Guareschi, non sarà nè bello, nè istruttivo.

Adiosu

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