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Turismi da Incubo #29

Ricerca e sviluppo: un nuovo Crs4 per il turismo.

“… innovazione e  ricerca quali chiavi di sviluppo per l’economia e per i territori …”.

Quante volte abbiamo sentito questa frase? E’ ormai diventato un leitmotiv di tutte le politiche di sviluppo locale, un mantra che accompagna i percorsi virtuosi di crescita che partono dal basso, che coinvolgono i territori e le loro peculiarità, che li aiutano a valorizzare e trasformare in impresa (produttiva)  i saperi e le buone pratiche ingabbiate troppo spesso su processi tradizionali.
I teorici dei processi di sviluppo ne hanno addirittura declinato un modello di sviluppo, identificando nella “tripla elica”quel sistema virtuoso di relazioni e sinergie fra mondo della ricerca, settore produttivo e pubbliche amministrazioni in grado, appunto, di trasferire saperi e conoscenze, generando innovazione e sviluppo.
Gli esempi di successo di questo percorso sono innumerevoli e sparsi in tutto il mondo: dall’Irlanda alla Catalogna, passando per i poli di innovazione francesi, numerosi sono i casi di buon successo del modello “tripla elica”, anche se il processo non è semplice né agevole, come testimoniano gli altrettanti fallimenti.

In Sardegna potremmo pensare a qualcosa di simile pensando al comparto del ITC che ha generato negli ultimi 15 anni un discreto sviluppo di piccole start up e microaziende che operano nel settore dell’informatica e del web (ben 155 al 2016).

E il turismo?

Spesso citato come la panacea di tutti i mali (economici) dell’Italia e della Sardegna, l’ambito sul quale puntare per generare sviluppo, reddito, occupazione nei territori, in che rapporto si pone con la ricerca?
Nonostante la sua incidenza sul PIL nazionale oscilli fra il 10 ed il 12% (11,8% fonte IRISS, 10,1 % fonte CDP) con un trend in forte crescita soprattutto da parte del mercato internazionale (+32,2% in 10 anni, fonte IRISS), nonostante nei fatti sia spesso, per determinati territori, l’unica industria presente o attiva (spesso entrambe), nonostante sia da sempre considerato un settore strategico per lo sviluppo territoriale, di fatto appare un comparto marginale e periferico, nei confronti del quale spesso la politica appare indifferente.
Nonostante Federalberghi e Cassa Depositi e Prestiti gli assegnino un valore aggiunto rilevante, quasi doppio rispetto a quello del settore agricolo-alimentare e quasi cinque volte quello del prodotto tessile e abbigliamento, incluso il pluri citato comparto moda, il turismo non è ancora riuscito a trovare una sua dimensione scientifica rilevante e centrale.
Basti pensare che nelle declaratorie dei 370 settori scientifico disciplinari nei quali è suddiviso l’ordinamento universitario nazionale, la parola “turismo” compare solo 2 volte per altrettanti settori (Ingegneria informatica e Sociologia dell’ambiente e del territorio), a dimostrazione del suo scarso radicamento dentro la ricerca pubblica nazionale.
Se guardiamo  a casa nostra, nell’ultima tornata di approvazione dei progetti di ricerca finanziati dalla legge regionale n°7/2007, nei 149 progetti finanziati non compare mai la parola “Turismo”.
Altro che tripla elica o ricerca come motore dello sviluppo: il turismo è ben lontano dall’avere quella dimensione scientifica minima in grado di generare processi virtuosi che, proprio attraverso la ricerca, possano garantire significative ricadute sul territorio.
Questo mancato feeling con la ricerca significa che il turismo è poco studiato, malamente misurato, insufficientemente citato e letto in letteratura, con un basso livello di innovazione, di sperimentazione.
Ricerca e sviluppo sono quindi consistentemente estranei alle organizzazioni turistiche e di conseguenza assenti ingiustificati negli organigrammi aziendali: a parte qualche analisi sul marketing turistico, per il quale sono stati elaborati modelli e le costruzioni teoriche, organizzative e metodologiche, poco o nulla si è fatto (intere funzioni di management gli sono sconosciute).

Si parla molto di “turismi”, di quanto siano importanti le nicchie per diversificare, per catturare nuovi target, per aprire opportunità nuove, ma non si studiano, progettano e costruiscono pacchetti, programmi, sinergie.
Eppure ci sarebbero praterie sterminate  nelle quali poter sperimentare e sviluppare attività di ricerca: pensiamo a tutti i modelli di data mining, necessari per le analisi verticali dei fenomeni, oppure alle sperimentazioni legate all’ICT ed al web, o alle strette interazioni con i modelli di trasporto e di logistica, o ancora ai processi di valutazione dei modelli di organizzazione aziendale e della loro gestione, dalle microaziende ai grandi tour operator. In quest’ultimo caso, si potrebbero, ad esempio, studiare e sperimentare  modelli di aggregazione che mettano insieme i tanti piccoli operatori che sono la stragrande maggioranza del comparto turistico: oltre l’80% delle imprese turistiche sono di piccola e piccolissima dimensione ed oramai è noto (vedi Turismi da incubo #28 “Benchmarching: un alieno nel turismo”) che la piccola dimensione delle strutture turistiche rappresenti il vero limite allo sviluppo di funzioni evolute.
Così come venticinque anni fa la Regione Sardegna decise di creare il  CRS4 (Centro Ricerca, Sviluppo e studi superiori in Sardegna), ovvero un polo di ricerca sui temi dell’ICT e dei sistemi computazionali, anche nel turismo ci vorrebbe qualcosa di analogo, ovvero un organismo che:

  • sistematizzi le conoscenze,
  • apra nuove strade,
  • faccia tesoro di sperimentazioni internazionali,
  • dialoghi costantemente con gli operatori,
  • sia propositivo e studi le nuove organizzazioni turistiche dall’interno per migliorarle.

Insomma, un sistema di menti pensanti, attente, curiose e preparate che faccia ricerca e la applichi.
Riformare non basta, bisogna riscrivere le regole dello sviluppo. Da capo. Magari immaginando un CRS5.

Gianfranco Fancello & Lucio Moore

Turismi da Incubo #28

Benchmarking: un entità aliena nel mondo turistico.

“PRIMO A TIRARE I RIGORI E PRIMO PUNIZIONI”! …  Cortili polverosi, spiazzi in erba irregolari e pieni di buche, porzioni d’asfalto fra due sensi unici. Come dimenticare quei lontani pomeriggi assolati, quelle interminabili partite di pallone al 50, interrotte solo dalle urla delle mamme che richiamavano i figli allo studio.

Era il tempo delle bevute a fontanella dal tubo, delle ginocchia sbucciate, del dilemma irrisolto “è il portiere troppo basso o il tiro troppo alto?”. Le partite di calcio nascevano dove capitava, senza programmazione, senza bisogno di cronometro o di un arbitro: per le porte bastavano due pietre, due libri o due borse da ginnastica. A seconda del tiro, in molti casi era impossibile accertare i gol: il pallone attraversava uno spazio immaginario, un rettangolo ideale disegnato nell’aria, che si allargava e restringeva a seconda dell’importanza della sfida e dell’onestà dei giocatori.

Il passaggio alle sfide su campi regolari, l’appartenenza a team organizzati e con regole univoche, abbandono del mocassino a favore della scarpa con i tacchetti e l’apparizione di una giacchetta nera che aveva il potere di determinare successi e fallimenti, rappresentava la fine del calcio idealizzato e l’ingresso nel mondo dei “grandi”.

Era il primo momento nel quale si apprezzava  la necessità di misurare i risultati con criteri oggettivi,  validi a prescindere dal campo di gioco e dai giocatori. Era (ed è) l’unico modo possibile per partecipare a campionati, confrontarsi con squadre avversarie, comparare le prestazioni e determinare classifiche.

Ahinoi in molti casi, molte delle nostre partite turistiche si svolgono ancora oggi senza le porte, con un senso di improvvisazione, pressappochismo e dilettantismo che molti di noi pensavano ormai relegati ai ricordi giovanili.

La frammentazione del comparto turistico, associata ad una dimensione aziendale media ridottissima, evidenzia un evidente ritardo nell’applicazione di tecniche manageriali: basti pensare che in Sardegna la dimensione media di un’azienda turistica è di circa 2,9 addetti, mentre la media nazionale è di 4,3 (Censimento ISTAT 2011).

Insomma, micro aziende e piccole aziende che non possono (a volte non vogliono) crescere. Giocano partite con strumenti inadatti, restando indecise e immobili tra l’adolescenza e la pubertà,  in un mondo turistico che evolve più velocemente di loro.
Risultato?
Progressiva perdita di competitività nell’ultimo decennio, con un -2% di PIL ed un -3% di occupati rispetto ai nostri concorrenti (C.D.P. la Cassa Depositi e Prestiti, febbraio 2016); c’è poco da aspettarsi da un comparto dove sono ancora diffuse le organizzazioni provvisorie, quasi estemporanee, modellate per turismi che si  accontentano del poco che trovano, della rudezza degli indigeni, della magia del selvaggio west dietro il giardino di casa.
In realtà la piccola dimensione aziendale riflette la ridotta dimensione del business.

Nonostante persistano (sempre meno, in verità ) segmenti turistici che accettano servizi al limite della sufficienza, abbassare le proprie aspettative ed il proprio livello di sopportazione e persistere in tale direzione non può che condurre verso un impoverimento progressivo del settore trasformando un comparto dalle prospettive floride ed incoraggianti nel regno dell’improvvisazione e della sciatteria.

Sempre  C.D.P. conferma che “il sistema ricettivo italiano appare tuttavia mediamente inadeguato agli standard richiesti dai nuovi flussi turistici”.

Il turista moderno esige attenzione, qualità e professionalità.
Valuta.
Giudica.
Misura e fa benchmarking.
Scrive recensioni.
Promuove o boccia.
Ogni mese Tripadvisor (nata nel 2000) ha 315 milioni di visitatori unici e ben 190 milioni di recensioni e opinioni su hotel, ristoranti, locali e luoghi d’interesse in tutto il mondo.

Non sempre le piccole strutture aziendali nate dallo spontaneismo, spesso da intuizioni di imprenditori intelligenti con tanta buona volontà e smisurata lena, ma digiuni di studi manageriali, sembrano accorgersi di questa rivoluzione.

Ancor più cieche risultano essere quelle imprese turistiche che hanno proliferato nel mercato turistico delle vacche grasse, quello che cresceva spesso in doppia cifra, figlio di padre Ryanair e madre Air B’& B, nate dalla sera alla mattina per rispondere alle forti esigenze di una domanda stagionale, disposta a spendere comunque ed a prescindere, ma sostanzialmente vuote di struttura manageriale, di capacità organizzativa, di strategia imprenditoriale: e quindi incapaci di crescere ma soprattutto di far crescere il comparto, l’indotto, ciò che sta intorno. Insomma fare filiera e diventare forti.

Dai dati dello studio del Gruppo Intesa San Paolo del 2011, emerge come solo il 9,6% degli addetti sia laureato, contro il 27,1 della Francia ed il 25,2 della Spagna; per contro, la presenza di personale con bassa scolarizzazione in Italia é pari a 37,6%, inferiore solo a Grecia e Spagna. Dati che in Sardegna trovano ahimè conferme.

Come fare per invertire la tendenza e crescere?
Il passaggio dall’estemporaneitá organizzativa a forme più evolute, efficienti e competitive non è argomento di facile trattazione: non si tratta solo di modelli organizzativi differenti, ma di un vero e proprio cambiamento di rotta nei processi di sviluppo del territorio, che coinvolge numerose altre dimensioni, quali, ad esempio, il sommerso e l’evasione fiscale, ma anche la formazione e la scolarizzazione.

Se misurassimo l’efficienza di queste piccole unità organizzative facendo un benchmarking su parametri internazionali emergerebbero carenze note e meno note. Quanto infatti della crescita di questi anni è davvero merito nostro e quanto invece lo dobbiamo all’instabilità socio-politica di alcuni temibili competitors del Mediterraneo?

Spesso si crea un piccolo monopolio/oligopolio locale a presidio di un territorio a domanda crescente che non stimola l’innovazione, ma che, viceversa, tende a conservare rendite di posizione che guardano solo se stessi ed il proprio orticello.

Benchmarking a favore dell’innovazione, quindi, sono le parole chiave.
Per formare giovani (e meno giovani) alla volta del cambiamento, in direzione della scoperta, verso una più rilevante ingegnosità. Per acquisire una robusta propensione ad immaginare prodotti e servizi sempre nuovi.
Per interrompere circoli viziosi, confrontarci a mente aperta con il mercato  e provare ad essere attori protagonisti, prima che Grecia, Turchia e tutto il nord-Africa superino le gravi crisi politiche e si rimettano davvero in corsa sui mercati turistici, riprendendosi le quote di mercato che hanno scioccamente perso.
Prima di subito.

Gianfranco Fancello & Lucio Moore

Turismi da incubo #24

franceschiniRequiem per Mine(i)stre(i) riscaldate(i)

 

Ah, la vecchia e cara crisi di governo…. si, si, proprio lei, quella che negli anni della prima Repubblica faceva capolino con frequenza pressoché annuale e che oggi avevamo quasi dimenticato.

Allora serviva per far ruotare nei posti di governo i tanti rappresentanti delle numerose correnti della Democrazia Cristiana e quasi nessuno si accorgeva delle differenze, mentre ora si muovono addirittura i governi stranieri preoccupati (parrebbe) dell’interruzione dell’azione di governo.

Allora nessuno quasi ci badava, pochi si preoccupavano, tanto poi, di lì a poco, sarebbe nato un nuovo Governo che comunque sarebbe rimasto in piedi al massimo per un anno; oggi, invece, lutti, dimissioni, allarmi sull’economia, la finanza pubblica, le riforme, le leggi, la manovra, … insomma, dramma collettivo!

Forse, citando un altro toscanaccio (oppss!) come Gino Bartali “… l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare“?

Beh, non proprio, sforziamoci di vedere  il bicchiere mezzo pieno…
Che sia la volta buona per chiudere con le minestre riscaldate in ruoli chiave per lo sviluppo nazionale?
Ci speriamo davvero, ad esempio in ambito turistico, dove se non fosse del tutto evidente che gli insegnamenti di Pericle sono largamente disattesi, i Ministri  dovrebbero essere i migliori tra tutti noi, i leader di una rinascita aspettata più di Godot.
E invece no, come direbbe Carlo Lucarelli.

La mancanza di attenzione e la sottovalutazione del potenziale dell’industria turistica è da sempre sotto gli occhi di tutti e raggiunse il culmine sotto il regno della Brambilla, quella che raccontava che il problema del turismo in Sardegna erano i troppi cani randagi.

L’ultima incompiuta in ordine di tempo nella notte buia del turismo è stata rappresentata dall’avv. Franceschini Dario da Ferrara, ex democristiano, che ha saputo attraversare con scioltezza Ulivo, Partito Popolare e Margherita  per approdare infine al  PD e al PDr(enzi).  Ministro, sottosegretario, segretario di partito, consigliere comunale, membro di Commissioni.  Insomma un curriculum da politico di razza, per 32 mesi a capo del MIBACT, il (sedicente) Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.
Turismo pochissimo, dicono i maligni.

Fece parlare di se alla nomina – quando  Renzi all’uscita dal Quirinale fece simpaticamente notare a tutti che la ricreazione era finita – dicendo di “essere stato chiamato a guidare il più importante ministero economico di questo Paese” e che “il ministero della cultura in Italia è come quello del petrolio in un Paese arabo”.
Ad agosto di due anni fa disse anche “abbiamo i borghi più antichi del mondo e percorsi religiosi da far invidia a Santiago di Compostela, ma nessuno lo sa. Ora si cambia”. Il ministro non sfuggiva al male tutto italiano di annunciare come cotti e mangiati pranzi luculliani che erano invece ancora in fase di pianificazione di massima; ed infatti, ad oggi, il “come” cambiare non è ancora ben chiaro.
Sempre nel 2014 rubò l’applauso anche dai sardi : “Nei giorni scorsi sono stato a Usini, dove si produce in piccole quantità un vino spettacolare, il Cagnulari, che potrebbe essere venduto in tutto il mondo. Ecco l’Italia vincente sarà fatta di tanti Cagnulari”.

La storia recente dice che il Ministro è tornato sull’Isola ospite del Gruppo Intesa alla presentazione di uno studio sul turismo. Non ci crederete. E’ persino riuscito a riciclare la celebrazione del Cagnulari di Usini.  Rendiamo grazie, ma il re è nudo.  Il ministro ascolta, commenta, annuisce, approva e infine ribadisce analisi già sentite, diagnosi fotocopia.

Sarebbe lecito dopo due anni e mezzo al timone del ministero parlare di progetti avviati, progetti completati, piani, azioni tattiche e strategiche. Azzardiamo, magari di risultati non estemporanei ma strutturali del comparto.
E invece no.  Minestre riscaldate.

Nel mondo reale, intanto:

  • l’Italia non guadagna appeal, rimane la quinta destinazione mondiale ma perde più degli altri in termini di introiti finanziari da flussi turistici (fonte ENIT).
  • del Piano Strategico – annunciato in ogni dove – si sono perse le tracce, sepolto da qualche parte, deve essere approvato in commissione. Nel 2105, sono stati convocati per due volte degli Stati Generali del Turismo. Se il Piano Strategico uscisse ora sarebbe già vecchio; giusto in tempo perché il nuovo ministro (a valle della crisi di governo) lo abbandoni e ne metta in cantiere un altro, come del resto Franceschini fece con  il Piano Gnudi.

Cosa ricorderemo di questo Ministro? Tanti proclami e dichiarazioni su … dobbiamo superare la stagionalità, comunicare meglio, pensare alle zone interne e soprattutto “fare sistema”.

Il famigerato Fa-re  si-ste-ma…
Già sentito?
E si, é una delle più lise, abusate e inutili banalità della letteratura turistica, il toccasana dei mali endemici di tutte le destinazioni turistiche, che si accompagna alle inevitabili  omelie sul futuro. Se a questo si aggiunge l’altrettanto abusata ” … abbiamo enormi potenzialità inespresse” (forse memore dello slogan “liberiamo il futuro”, quando correva per le primarie Pd) allora il quadro è completo.
Ma, vaticinare turismi sconfinati e ammaliare con il grande potenziale turistico inespresso ha sempre un triplo vantaggio comunicativo:

  •  primo quando qualifica il relatore come l’oracolo che guarda lontano,
  • secondo perché a tutti piace sognare un futuro migliore al superenalotto del turismo,
  • terzo, è straordinariamente economico, rinforza l’autostima delle destinazioni turistiche e nessuno ne chiederà mai conto, perchè non è misurabile.

Ora, con l’apertura della crisi, nuovo giro di valzer, “changè là dame!”,  nuova corsa e, probabilmente, nuovo ministro. Cosa lascia in eredità dopo milleediciannove giorni?

Ahi noi, poco assai: analisi mastodontiche, significative capacità di mettere a fuoco il problema, diffuse prese di coscienza su inespresse potenzialità, ma nessuna svolta, nessun cambio di rotta, nessuna “strambata” in grado di far cambiare velocità a quella ” …nave senza nocchiere in gran tempesta …” che sette secoli dopo la scrittura del VI Canto del Purgatorio continua ad essere il nostro Paese.

Raccontare al malato cronico che la sua malattia è confermata non qualifica il medico.
E neppure avvia  purtroppo il processo di guarigione. Le ricette turistiche proposte appaiono ineccepibili sulla carta, ma inapplicabili nella realtà: omeopatiche nel migliore dei casi, altrimenti generiche, deboli e prive di contenuti che possano attivare vere riforme strutturali.

E’ sempre un armiamoci e partite che lascia le questioni irrisolte tutte sul piatto, soprattutto in Sardegna. E  anche se la grafica ammaliante dello storytelling turistico ci cattura con minestre riscaldate come fossero fresche fresche, appena preparate da Cracco, la gaussiana da incubo della stagionalità è identica da trent’anni.
Si parla, riparla, ri-riparla dei problemi annosi del turismo, quasi come se una intera isola stesse sul lettino dell’analista  a confessare la sua depressione. Che fare, insomma?

Fra un passaggio ad Usini ed uno a Caprera, il nostro ministro (oramai ex?) ha individuato un aspetto rilevante: la Sardegna ha bisogno di un brand sardo, di un mix di elementi a forte attrattivitá che possano fare sistema (oppss… scusate) con il mare.

Potrebbero essere i Giganti di Mont’e Prama?
Molti tra gli operatori lamentano che il ministro abbia la fissa dei musei e che finora abbia trascurato il turismo: non avendo altre carte da giocare egli gioca quelle che ha.
Il progetto dei Giganti è l’unico che potrebbe portare in Sardegna una piccola fetta del miliardo di euro che il Mibact spenderà prossimamente.

Meglio di niente, certo.  Ma non era esattamente quello che si aspettavano gli operatori per il rilancio. L’importante è che questa non rimanga un’ulteriore azione isolata, buona per qualche titolo di giornale nei giorni immediatamente successivi, ma non in grado di incidere profondamente sul contesto e sul territorio isolano.
Se così sarà, ci troveremo di fronte all’ennesima occasione persa, la cui numerosità supera abbondantemente quella delle crisi di governo della Repubblica Italiana.

Gianfranco e Lucio

 

Anno Zero

C’è chi si rifà all’ultimo Santoro parlando di “Anno zero”; i più nostalgici citano invece “Rifondazione”, mentre i logorroici affermano che “le modalità attraverso le quali vengono erogati i servizi non sono più adeguate nè all’esigenza dell’utenza, nè a quelle del territorio”.

La sintesi è che questo 2015 verrà ricordato come l’anno buio dei trasporti sardi, quello dove il sistema è andato in tilt e dove molti dei nodi sono venuti al pettine.

Doveva essere l’anno buono, il 2015: la Giunta Regionale,finito il periodo di rodaggio, avrebbe dovuto camminare “a tutta” nel rilancio della vertenza Sardegna; il Governo Nazionale poi, completato anche qui il periodo di rodaggio (non si nega a nessuno, neanche ai vertici …) e forte di una nuova stabilità politica, avrebbe dovuto testimoniare quel deciso “interesse” per l’isola sbandierato ai quattro venti nelle consuete visite dei ministri repubblicani in Sardegna e poi puntualmente dimenticato appena varcato il Tirreno; l’Unione Europea infine, forte finalmente di ben tre rappresentanti sardi nel suo parlamento (completato anch’essi il loro periodo di rodaggio), avrebbe dovuto avviare le azioni per il superamento del gap dell’insularità, che (analisi Cirem- Università di Cagliari) vale oltre 660 mil di euro all’anno.

Invece….

  • la continuità territoriale aerea è in crisi e va ripensata: lo afferma il Presidente Pigliaru, che in un post su Facebook di qualche giorno fa ne ha scritto il requiem, testimoniandone, di fatto, il suo superamento. Se si guarda con la lente d’ingrandimento, la CT1, come sempre in estate, evidenzia tutti i suoi limiti, la CT2, inspiegabilmente, ancora non parte, mentre le low cost, giustamente, fanno il loro mestiere e fanno e disfano a loro piacimento. Non parliamo poi della crisi di Meridiana, degli aeroporti di Oristano e Tortolì chiusi, del tilt di Fiumicino che penalizza anche i collegamenti con l’isola, ect.;
  • il trasporto marittimo è in mano ad un monopolio che, come da manuale di economia, ha affondato (opss!!) la concorrenza, il confronto, la competitività. Da mesi la Regione chiede di rivedere la convenzione monstre di 70 mln l’anno fino al 2020, ma, a parte qualche sorrisino di circostanza, poco o nulla si è mosso. Intanto le due autorità portuali sono commissariate, in procinto di fondersi in una sola, per aderire ad una riforma profonda del settore, dai sardi più subita che partecipata;
  • la continuità territoriale delle merci continua ad essere una chimera, con le aziende totalmente abbandonate a se stesse, alle logiche di mercato, ad affrontare da sole i disagi che stagionalità ed insularità puntualmente ripropongono. Nel periodo estivo, intanto, con puntualità svizzera aumentano i tempi di attesa ai porti e diminuiscono le disponibilità di spazi nave per le merci;
  • sul trasporto ferroviario, poi, le notizie sono recentissime: i pendolini diesel, tanto sbandierati lo scorso anno e che avrebbero dovuto collegare Cagliari e Sassari in due ore, sono fermi nei binari della stazione di Cagliari da un anno esatto (a proposito, buon compleanno!!!), mentre la Commissione Europea la scorsa settimana ha bocciato la richiesta di circa 9 mln di euro per il potenziamento tecnologico della rete;
  • su trasporto collettivo, dal 2009 si procede con proroghe “in via sperimentale e provvisoria” (come recita il sito della RAS) dei primi contratti di servizio, in attesa di una completa applicazione della legge 21 del 2005. Per fortuna quale notizia positiva arriva, dal versante urbano, con il rilancio del trasporto pubblico su gomma e dei nuovi progetti metro per Cagliari.
  • sul sistema stradale, i toni sono chiaroscuri: bene i nuovi cantieri aperti (soprattutto sulla Sassari-Olbia), ma buio pesto sulla gestione di circa 6.000 km di strade, ovvero il patrimonio delle provincie (vecchie e nuove) in fase di dismissione. Chi, come, quando, con quali risorse si curerà la manutenzione, il rispristino la cura e l’esercizio di quelle strade?

La sensazione è che si debba ripartire daccapo (Anno Zero, appunto, o Rifondazione, o …): serve però un disegno chiaro, una linea unica, decisa, unitaria, integrata, dove ruoli ed azioni si supportino e si integrino fra loro. Iniziative isolate, spot, una tantum, non servono, lo abbiamo già visto: in Europa, ed in Italia, vogliono chiarezza di obiettivi, strategie condivise da seguire, operazioni ed interventi connessi in una logica di rete e di sistema,servizi funzionali integrati fra loro e con il territorio circostante.

Sarà un caso che il Piano Regionale dei Trasporti è fermo in commissione dal 2008?

 

Gianfranco

Piccolo è bello (e stavolta anche bravo)

No no, tranquilli, non è la solita celebrazione sulle virtù delle piccole e medie imprese  che trainano il tessuto economico della nazione. Non è, tanto meno, neanche il solito tormentone estivo sul fatto che in amore le dimensioni non contino.
Stavolta la notizia è un’altra e riguarda il trasporto aereo e la Sardegna. Qualche giorno fa, a Milano, la Geasar,  società di gestione dell’aeroporto di Olbia, ha vinto l’ATRI AWARD, primo premio come miglior gestore aeroportuale d’Italia.
Si si, proprio così, Olbia è il primo aeroporto d’Italia per qualità dei servizi, davanti a colossi come Fiumicino, Malpensa, Linate, Catania solo per fare alcuni nomi grossi. È come se l’anno prossimo il Premio Strega lo vincesse un autore de Il Maestrale o di Fabula Editore, o se Paloschi diventasse il capocannoniere della Serie A, o la Dinamo Sassari in Europa (e qui mi fermo)….
Il valore del premio sta nel fatto di averlo vinto ad Olbia, scalo medio-piccolo come traffico (20^ posto nel 2014, dopo Brindisi, con poco più di due milioni di passeggeri/anno), ma con un fortissimo fenomeno di stagionalità (ben due terzi di questi si muovono fra giugno ed agosto).
La chiamano “bravura”: provate voi a tenere al top un aeroporto così anche d’inverno, quando le affollatissime sale estive si trasformano in atri deserti buoni per favolose partite a calcetto o per romantiche passeggiate mano nella mano con la hostess in attesa del volo, o quando le decine di negozi presenti si combattono pochi sparuti passeggeri; provate voi a mantenere in efficenza impianti, strutture, arredi, servizi che funzionano al massimo per 180 giorni e poi, per il resto dell’anno, rischiano di arrugginirsi.
Beh, Olbia e Geasar ce l’hanno fatta, azzerando quella diffidenza che spesso sconfina nell’ostilità: chiedete, se ce la fate, un parere sui rispettivi scali ad un cittadino di Fiumicino o di Malpensa o, per non andare lontano, di Elmas; qui, invece, si sono inventati un modellino di gestione che funziona e che viene visto come esempio e studiato in Italia ed Europa, portando, nei mesi “di morbida”, con successo, la città in aeroporto: mostre, concerti, presentazioni di libri, iniziative per bambini, feste, prodotti tipici e territori in esposizione, ect. Insomma tutto quanto contribuisca a mantenere viva una struttura in letargo, rendendola fruibile socialmente e redditizia  finanziariamente: per i curiosoni, gli utili di Geasar, nel 2014, sono stati 4,8 mil euro su 31.3 mil di ricavi, (senza contare gli utili prodotti dalle due controllate: Eccelsa 1,1 mil euro e Cortesa utile netto 0,6 mil euro).
Per far questo bisogna studiare tanto, confrontarsi, guardare le buone pratiche in giro per il mondo, ed evitare, conoscendole, quelle deleterie: ma soprattutto bisogna avere passione, coraggio e visione strategica, doti necessarie per cambiare lo status quo.
Ecco perché questo premio vale, e vale tanto (a proposito, dimenticavo … il management è tutto sardo, e scusate se è poco).
                                                                                                                                                    Gianfranco Fancello
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