Opinioni

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Turismi da incubo #24

franceschiniRequiem per Mine(i)stre(i) riscaldate(i)

 

Ah, la vecchia e cara crisi di governo…. si, si, proprio lei, quella che negli anni della prima Repubblica faceva capolino con frequenza pressoché annuale e che oggi avevamo quasi dimenticato.

Allora serviva per far ruotare nei posti di governo i tanti rappresentanti delle numerose correnti della Democrazia Cristiana e quasi nessuno si accorgeva delle differenze, mentre ora si muovono addirittura i governi stranieri preoccupati (parrebbe) dell’interruzione dell’azione di governo.

Allora nessuno quasi ci badava, pochi si preoccupavano, tanto poi, di lì a poco, sarebbe nato un nuovo Governo che comunque sarebbe rimasto in piedi al massimo per un anno; oggi, invece, lutti, dimissioni, allarmi sull’economia, la finanza pubblica, le riforme, le leggi, la manovra, … insomma, dramma collettivo!

Forse, citando un altro toscanaccio (oppss!) come Gino Bartali “… l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare“?

Beh, non proprio, sforziamoci di vedere  il bicchiere mezzo pieno…
Che sia la volta buona per chiudere con le minestre riscaldate in ruoli chiave per lo sviluppo nazionale?
Ci speriamo davvero, ad esempio in ambito turistico, dove se non fosse del tutto evidente che gli insegnamenti di Pericle sono largamente disattesi, i Ministri  dovrebbero essere i migliori tra tutti noi, i leader di una rinascita aspettata più di Godot.
E invece no, come direbbe Carlo Lucarelli.

La mancanza di attenzione e la sottovalutazione del potenziale dell’industria turistica è da sempre sotto gli occhi di tutti e raggiunse il culmine sotto il regno della Brambilla, quella che raccontava che il problema del turismo in Sardegna erano i troppi cani randagi.

L’ultima incompiuta in ordine di tempo nella notte buia del turismo è stata rappresentata dall’avv. Franceschini Dario da Ferrara, ex democristiano, che ha saputo attraversare con scioltezza Ulivo, Partito Popolare e Margherita  per approdare infine al  PD e al PDr(enzi).  Ministro, sottosegretario, segretario di partito, consigliere comunale, membro di Commissioni.  Insomma un curriculum da politico di razza, per 32 mesi a capo del MIBACT, il (sedicente) Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.
Turismo pochissimo, dicono i maligni.

Fece parlare di se alla nomina – quando  Renzi all’uscita dal Quirinale fece simpaticamente notare a tutti che la ricreazione era finita – dicendo di “essere stato chiamato a guidare il più importante ministero economico di questo Paese” e che “il ministero della cultura in Italia è come quello del petrolio in un Paese arabo”.
Ad agosto di due anni fa disse anche “abbiamo i borghi più antichi del mondo e percorsi religiosi da far invidia a Santiago di Compostela, ma nessuno lo sa. Ora si cambia”. Il ministro non sfuggiva al male tutto italiano di annunciare come cotti e mangiati pranzi luculliani che erano invece ancora in fase di pianificazione di massima; ed infatti, ad oggi, il “come” cambiare non è ancora ben chiaro.
Sempre nel 2014 rubò l’applauso anche dai sardi : “Nei giorni scorsi sono stato a Usini, dove si produce in piccole quantità un vino spettacolare, il Cagnulari, che potrebbe essere venduto in tutto il mondo. Ecco l’Italia vincente sarà fatta di tanti Cagnulari”.

La storia recente dice che il Ministro è tornato sull’Isola ospite del Gruppo Intesa alla presentazione di uno studio sul turismo. Non ci crederete. E’ persino riuscito a riciclare la celebrazione del Cagnulari di Usini.  Rendiamo grazie, ma il re è nudo.  Il ministro ascolta, commenta, annuisce, approva e infine ribadisce analisi già sentite, diagnosi fotocopia.

Sarebbe lecito dopo due anni e mezzo al timone del ministero parlare di progetti avviati, progetti completati, piani, azioni tattiche e strategiche. Azzardiamo, magari di risultati non estemporanei ma strutturali del comparto.
E invece no.  Minestre riscaldate.

Nel mondo reale, intanto:

  • l’Italia non guadagna appeal, rimane la quinta destinazione mondiale ma perde più degli altri in termini di introiti finanziari da flussi turistici (fonte ENIT).
  • del Piano Strategico – annunciato in ogni dove – si sono perse le tracce, sepolto da qualche parte, deve essere approvato in commissione. Nel 2105, sono stati convocati per due volte degli Stati Generali del Turismo. Se il Piano Strategico uscisse ora sarebbe già vecchio; giusto in tempo perché il nuovo ministro (a valle della crisi di governo) lo abbandoni e ne metta in cantiere un altro, come del resto Franceschini fece con  il Piano Gnudi.

Cosa ricorderemo di questo Ministro? Tanti proclami e dichiarazioni su … dobbiamo superare la stagionalità, comunicare meglio, pensare alle zone interne e soprattutto “fare sistema”.

Il famigerato Fa-re  si-ste-ma…
Già sentito?
E si, é una delle più lise, abusate e inutili banalità della letteratura turistica, il toccasana dei mali endemici di tutte le destinazioni turistiche, che si accompagna alle inevitabili  omelie sul futuro. Se a questo si aggiunge l’altrettanto abusata ” … abbiamo enormi potenzialità inespresse” (forse memore dello slogan “liberiamo il futuro”, quando correva per le primarie Pd) allora il quadro è completo.
Ma, vaticinare turismi sconfinati e ammaliare con il grande potenziale turistico inespresso ha sempre un triplo vantaggio comunicativo:

  •  primo quando qualifica il relatore come l’oracolo che guarda lontano,
  • secondo perché a tutti piace sognare un futuro migliore al superenalotto del turismo,
  • terzo, è straordinariamente economico, rinforza l’autostima delle destinazioni turistiche e nessuno ne chiederà mai conto, perchè non è misurabile.

Ora, con l’apertura della crisi, nuovo giro di valzer, “changè là dame!”,  nuova corsa e, probabilmente, nuovo ministro. Cosa lascia in eredità dopo milleediciannove giorni?

Ahi noi, poco assai: analisi mastodontiche, significative capacità di mettere a fuoco il problema, diffuse prese di coscienza su inespresse potenzialità, ma nessuna svolta, nessun cambio di rotta, nessuna “strambata” in grado di far cambiare velocità a quella ” …nave senza nocchiere in gran tempesta …” che sette secoli dopo la scrittura del VI Canto del Purgatorio continua ad essere il nostro Paese.

Raccontare al malato cronico che la sua malattia è confermata non qualifica il medico.
E neppure avvia  purtroppo il processo di guarigione. Le ricette turistiche proposte appaiono ineccepibili sulla carta, ma inapplicabili nella realtà: omeopatiche nel migliore dei casi, altrimenti generiche, deboli e prive di contenuti che possano attivare vere riforme strutturali.

E’ sempre un armiamoci e partite che lascia le questioni irrisolte tutte sul piatto, soprattutto in Sardegna. E  anche se la grafica ammaliante dello storytelling turistico ci cattura con minestre riscaldate come fossero fresche fresche, appena preparate da Cracco, la gaussiana da incubo della stagionalità è identica da trent’anni.
Si parla, riparla, ri-riparla dei problemi annosi del turismo, quasi come se una intera isola stesse sul lettino dell’analista  a confessare la sua depressione. Che fare, insomma?

Fra un passaggio ad Usini ed uno a Caprera, il nostro ministro (oramai ex?) ha individuato un aspetto rilevante: la Sardegna ha bisogno di un brand sardo, di un mix di elementi a forte attrattivitá che possano fare sistema (oppss… scusate) con il mare.

Potrebbero essere i Giganti di Mont’e Prama?
Molti tra gli operatori lamentano che il ministro abbia la fissa dei musei e che finora abbia trascurato il turismo: non avendo altre carte da giocare egli gioca quelle che ha.
Il progetto dei Giganti è l’unico che potrebbe portare in Sardegna una piccola fetta del miliardo di euro che il Mibact spenderà prossimamente.

Meglio di niente, certo.  Ma non era esattamente quello che si aspettavano gli operatori per il rilancio. L’importante è che questa non rimanga un’ulteriore azione isolata, buona per qualche titolo di giornale nei giorni immediatamente successivi, ma non in grado di incidere profondamente sul contesto e sul territorio isolano.
Se così sarà, ci troveremo di fronte all’ennesima occasione persa, la cui numerosità supera abbondantemente quella delle crisi di governo della Repubblica Italiana.

Gianfranco e Lucio

 

Il programma Master and Back: a che punto siamo ?

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D

a qualche anno il programma regionale Master and Back ha chiuso i battenti.

Rivolto ai giovani laureati residenti in Sardegna desiderosi di non accontentarsi delle opportunità formative offerte a livello regionale, era un programma ambizioso, ben strutturato ed invidiato in tutta Italia.

Era un esempio di utilizzo “lungimirante” dei fondi comunitari, che permetteva di scegliere un percorso formativo di alto livello in Italia o all’estero.

In questo modo, i giovani laureati sardi avevano la possibilità di avvicinarsi a quell’

formativa fino a quel momento accessibile esclusivamente ai più abbienti.

I master universitari ed i dottorati di ricerca più ambiti a livello internazionale erano così frequentati da giovani brillanti sardi, con l’obbiettivo di perfezionare le proprie conoscenze e trovare una vera realizzazione professionale.

Concluso il percorso formativo, vi era poi la possibilità di scegliere un’amministrazione o un’azienda con sede in Sardegna in cui svolgere un periodo lavorativo di due anni, sempre finanziato dalla Regione.

Questo programma, appartenente più ad una concezione nord europea, in cui l’istruzione è sovvenzionata dallo Stato, desideroso di formare una “classe manageriale” all’avanguardia e competitiva a livello internazionale, è oggi svanito nel nulla.

Da più parti sono state diverse le critiche di chi ha tacciato il Master and Back di invogliare i giovani sardi a non tornare nel proprio territorio una volta concluso il percorso formativo e di contribuire al sempre crescente spopolamento, soprattutto delle parti più interne dell’isola.

Concepire questo tipo di ragionamento in un epoca globalizzata, in cui masse di popolazione, per le esigenze più disparate, si spostano dal loro Paese di origine, è quanto meno ridicolo.

E poi, lo spopolamento della Sardegna continua incessante ed inesorabile, indipendentemente dal Master and Back.

I giovani laureati sono però costretti ad emigrare “oltremare” nella maggior parte dei casi per svolgere mansioni differenti e lontane dal loro percorso di studi.

Dispiacerebbe che quei fondi venissero utilizzati esclusivamente per corsi professionali destinati a formare acconciatori, parrucchieri, pizzaioli, etc.

Con tutto il rispetto per queste categorie di lavoratori, che sono le uniche a poter ambire a costruire una famiglia in Sardegna, si assiste oggi ad un esodo di ricercatori, ingegneri, avvocati, commercialisti, architetti (la conta sarebbe lunga) che non riescono a realizzare il proprio progetto di crescita professionale nella nostra terra.

Bloccare tutto, e non fornire un’adeguata informazione sulla possibile riattivazione di quel programma, è un errore che si rifletterà sulle attuali e future generazioni.

Lo spostamento di grandi masse di persone da un territorio ad un altro, come detto, è un fenomeno globale, ed il confronto della presente e futura classe dirigenziale a livello internazionale è indispensabile.

E’ giusto permettere che soltanto i più abbienti, e non i più meritevoli, possano accedere ad un livello di istruzione superiore, frequentando master universitari e dottorati di ricerca nelle più prestigiose università italiane e straniere?

E’ corretto affermare che un giovane laureato sardo deve formarsi e lavorare solo in Sardegna ?

La risposta a queste domande non può che essere negativa, ed il programma Master and Back si proponeva di programmare l’inserimento dei più meritevoli ed ambiziosi nelle fasce sociali di popolazione più elevate, così da garantire un effettivo progresso della nostra società.

Certo, tutto è sempre migliorabile, ed è possibile che quel programma avesse errori o carenze. Sarebbe stato forse più opportuno accompagnare il Master and Back da una politica di attrazione di imprese straniere nel territorio sardo, sulla scia di quanto hanno fatto altri Paesi europei (si veda l’Irlanda).

Visto che ultimamente, nei più disparati settori, sono sempre più frequenti le consultazioni dei cittadini da parte delle istituzioni pubbliche dirette a pubblicizzare l’attività politica e conoscere le esigenze del territorio, sarebbe quantomeno opportuno che la Regione, per conto dell’assessorato competente, rendesse noto lo stato dell’arte.

Sul punto, Sardegna 2050 si è impegnata ad effettuare un’analisi specifica sul tema e presenterà delle proposte per rilanciare il dibattito.

 

Marco Porcu

Note malinconiche sull’economia sociale

nicola malinconico

Triste è quella realtà in cui c’è acredine nel regalare le cose alla società civile.
Mesto è il modo in cui si cerca di rubare le idee e l’energia con cui si fa volontariato.

Quando l’economia sociale prende le abitudini sbagliate del mercato i pensieri si fanno foschi.
Ma qual è la società che può crescere se prova invidia per il prossimo?
Quale società può progredire se prova a rubare le energie e le idee altrui?
Quali reti posso credere nella fiducia se l’approfittarsi della generosità è regola?
Quale coesione sociale possiamo avere nei territori se l’emersione di fenomeni positivi è vista negativamente come se ombreggiasse l’altrui vacuità?

Se l’unico argomento è parlar male del prossimo e provare ad infangarlo, vuol dire che non si hanno argomenti propri.

Se si mira solo a mettere la propria targa sulla cose, ma queste sono costruite su competenze e fatica altrui, la strada è sbagliata.

Se si insiste su questi comportamenti, beh … #gameover
Signori benpensanti diamoci una regola: al bando chi non si comporta bene non solo a livello deontologico ma anche chi non ha fatto proprio l’abc delle relazioni personali e commerciali.
Non c’è più tempo da perdere con chi ha bisogno di balsamo per il proprio ego.
Qui bisogna fare le cose insieme e subito per contribuire alla crescita complessiva.
Astenersi perditempo e incompetenti.
Non ha senso fare il bagno all’asino per provare a pettinarlo, sprechi solo acqua e sapone.
Manca il tempo per la vita, figurarsi se lo possiamo perdere coi cialtroni.

Buon vento Sardegna mia, sono sempre ai remi 😀

 

#AVANTITUTTA

 

Nicola Pirina

Avanzi di magazzino

(Contenuti non contenitori per i costruttori di ufo).

 

Che le fiamme dell’impegno sociale siano il pensiero politico ed il senso di responsabilità è storia vecchia.
Che nik-ottanala società civile sia oramai più attenta alla concretezza delle politiche (peraltro da scovare col lumicino) che alla moderna politica altrettanto.
Da anni (davvero troppi) è assente il luogo di costruzione del pensiero politico.
Eppure, almeno all’apparenza, chi si occupa di politica (che però ha ampiamente dimostrato di non saper fare politiche) sembra sempre impegnato nella costruzione di un oggetto non identificato perché insoddisfatto.
Ricordo agli illustrissimi rappresentanti politici che la priorità sono i contenuti e non il contenitore.
Non ha senso continuare a gemmare il vuoto dal vuoto peraltro riesumando avanzi di magazzino con cui fare la nuova camarilla o cercare il Papa straniero che risolva il problema.
Non fosse altro che il problema è nelle stesse persone che cercano la soluzione sbagliata e sbagliando come sempre.
Non trasformate la società in perdente.
Non fatevi sentire a pochi mesi dalle elezioni dopo anni di nulla, nessuno vi crede.
Nessuno a queste condizioni partecipa.
Ripeto: studio e pensieri, costruzione di contenuti, condivisione e azione.
Il resto è la storia che non ci interessa.
Buon vento Sardegna mia, buon futuro
#coolinnovation 4 #futuredesign #avantitutta

Nicola Pirina

Appunti per la prossima vita.

 

 

image(Per quanto mi riguarda da settembre in poi … :D)

E come sempre i sabati estivi portano pensieri. Questa volta derivano da una lettura di un visionario di Bitti, quanto vorrei averlo incontrato 🙁

A voi lascio il piacere di scoprire chi è, insieme alla mia rielaborazione di alcuni pensieri. Ho fatto miei questi concetti, non vedo l’ora di scaricarli a terra.

 

Appunti per la prossima vita:

1) vivere, vedere e se possibile generare più cambiamenti di quanti i miei avi tutti insieme ne abbiano conosciuto

2) accettare i cambiamenti mettendoli in discussione insieme a me stesso ed alla cultura corrente

3) essere abitati dalla cultura dei saggi e dalla lingua della propria terra, filtri che favoriscono gli approcci aperti

4) lottare per l’eutopia, il grande sogno nutrito di studio, letture e modernità

5) lottare per vedere la scuola del futuro

6) la comunicazione migliora comunicando

7) impedire che la crescita quantitativa travolga i valori e l’umanità intera

8) riconoscere nelle persone quanto si desidera che gli altri siano

9) imparare a riconoscere il futuro

10) la vita ti insegna quali e quanti fratelli e sorelle ti accompagneranno nel cammino

 

Vi saluto con un regalo del mio fratello Lucio che mi ricorda le parole di Cirano

Lavorar, senza cura di gloria o di fortuna, a qual sia più gradito viaggio, nella luna!
Nulla che sia farina d’altrui scrivere, e poi modestamente dirsi: ragazzo mio, tu puoi tenerti pago al frutto, pago al fiore, alla foglia pur che nel tuo giardino, nel tuo, tu li raccolga!
Poi, se venga il trionfo, per fortuna o per arte, non dover darne a Cesare la più piccola parte,
aver tutta la palma della meta compita,
e, disdegnando d’esser l’edera parassita, pur non la quercia essendo, o il gran tiglio fronzuto,
salir anche non alto, ma salir
senza aiuto!

 

Buon vento Sardegna mia, sono con te ai remi

#avantitutta

 

Nicola

ps -> magari con alcuni amici indomiti ci organizziamo sopra un evento internazionale … #staytuned magari a fine ottobre 2015 😉

#sardegna2050 per il distretto culturale del nuorese

nuoro distrettoculturale nuoro2

 

Intervento di Nicola Pirina al lancio del progetto della CCIAA di Nuoro – Distretto Culturale del Nuorese – Nuoro, 17 luglio 2015
Saccheggiando a piene mani gli studi e la produzione scientifica del prof. Silvano Tagliagambe, che pubblicamente ringrazio – e non solo per questo – ma perchè costantemente ha la pazienza di scrivere e spiegarci le linee di tendenza, dandoci strumenti e chiavi di lettura sempre originali – #15minuticolprofessoretuttiigiornifannobene – e mettendoci immodestamente anche un pizzico del mio ;-), 7 spunti da 30 secondi in cinque minuti (escluse premesse e conclusioni :D).

Il tema era “Come vedi il distretto culturale del Nuorese tra molti anni?”, la mia visuale era l’innovazione, (con l’avvertenza che il perimetro delle industrie culturali è tutt’altro che semplice da afferrare),
il mio ragionamento era, per concetti, il distretto della cultura del Nuorese resisterà sino al 2050 se ...

1° se
Se interpreterà correttamente i propri capitali.
Così come quello ambientale, il patrimonio culturale deve essere tutelato quale bene rifugio infungibile.
al tempo stesso, però, deve essere valorizzato per far sì che la sua frequentazione diventi abitudine e che generi sviluppo, quindi crescita economica per i territori (e per le filiere naturalmente connesse e connettibili). Purtroppo però, esattamente come il turismo, ad oggi ben lontano da essere industria ed attualmente assestato a mera fenomenologia, l’industria culturale ha necessità di un cambiamento radicale, che non comporti un pallido copiare di quel che viene fatto altrove.
Non serve infatti forte attenzione alla storia se non si ha un chiaro progetto per il futuro.
Serve quindi un cambio di paradigma, a mio avviso incentrato sui processi d’innovazione, non solo digitale, ma che trova nella tecnologia la risorsa principale.
perchè, che piaccia o meno, l’innovazione digitale migliorerà la vita delle persone.

2° se
Se avrà il coraggio d’essere disruptive.
E’ chiaro che la tecnologia e l’approccio non convenzionale abbiano cambiato (e soprattutto cambieranno in futuro) la vita delle aziende insieme a quelle dei loro clienti.
Serve originare cambiamenti che modificano radicalmente i modelli precedenti.
Ebbene, colui (distretto o personale fisica o azienda) che sa interpretare al meglio questo processo, anziché chiedersi come creare un nuovo prodotto, deve domandarsi come dare alle persone qualcosa che vogliono e di cui hanno reale necessità.

3° se
Se scoverà le possibilità.
E’ nevralgico identificare rapidamente le prossime esigenze delle persone, quello che i clienti chiederanno in futuro e offrire soluzioni facili e veloci. Non si deve peccare di eccessiva concretezza, stando troppo attaccati al prodotto di partenza, né di troppa inconcretezza.
Per esser pronti al cambiamento serve una situazione instabile ma creativa, caratterizzata equilibrio quindi tra ordine e disordine, stabilità e flessibilità, utopia e realtà, in fibrillazione tra le interconnessioni.
paradossalmente l’attuale situazione italiana è favorevole, almeno da questo punto di vista.
Serve percepire la realtà come un processo in divenire e non come un qualcosa di già definito.

4° se
Se si metterà nei panni dell’utenza.
Bisogna ricordare quanto è stato rilevante il passaggio dal modello di produzione in cui il fornitore e il cliente si interfacciavano attraverso il prodotto, alla transizione verso il prodotto-servizio. Ne è scaturito un cambio di paradigma che ha comportato l’abbandono di un approccio indifferenziato, a favore di relazioni interpersonali tipiche dei processi di servizio. Nn servizio, infatti, è un gioco a somma positiva, in cui prestatore d’opera e cliente vincono o perdono insieme.

5° se
Se comprenderà la crescente relazione tra persone e tecnologia.
C’è convergenza tra gli ambienti naturali e i contesti artificiali prodotti in particolare dagli sviluppi ict. La nostra vita è già diventata una sequenza di momenti mobili che hanno cambiato quel che possiamo fare ed anche le nostre aspettative. quando, ad esempio, non troviamo immediatamente ciò che vogliamo cerchiamo subito sui nostri dispositivi mobile. E’ quindi collezione di atomi e bit che converge.

6° se
Se anche il territorio si dimostrerà intelligente.
Il nostro paese viene percepito come sostanzialmente tecnofobico e refrattario alle innovazioni. questo è perchè mancano alcuni snodi del cosiddetto milieu innovateur (insieme di relazioni che portano a unità un sistema locale di produzione, processo dinamico localizzato di apprendimento collettivo). Ma se lo spazio anziché estensione e distanza diviene relazionale e se il tempo diviene ritmo dei processi di apprendimento e di innovazione/creazione, allora ad essere determinanti non sono soltanto gli aspetti di prossimità geografica, bensì anche e soprattutto quelli che scaturiscono da una prossimità socio-culturale, definibile come presenza di modelli condivisi di comportamento, fiducia reciproca, linguaggi e rappresentazioni comuni e comuni codici morali e cognitivi.

7° se
Se saprà sapientemente declinare la tecnologia nel rispetto degli scenari di tendenza
quali tecnologie in quale connessione per il futuro di un distretto culturale?
certamente sviluppo app e hardware, servizi e contenuti, ICT based per (indicazione esemplificative e non esaustiva):
– acquisizione, conservazione, valorizzazione e fruizione dei patrimoni
– interazioni machine to machine per il monitoraggio e per il controllo ambientale
– formazione e riuso dei dati digitali (ppaa) per scopi diversi e da utenti diversi
– sensoristica wireless innovativa
– costruzione di ambienti intelligenti
– tecnologia dei materiali per i restauri (dagli strumenti e nuove materie)
– creazione di servizi innovativi di fruizione e personalizzazione anche sensoriale per gli utenti
– spazi virtuali di accesso tramite soluzioni immersive e interfacce naturali
– tecnologie per la realizzazione di produzioni che prevedano performance all’unisono di artisti
– invenzione di nuovi marketplace per la vendita dei propri prodotti, sia b2b sia b2c, che ibrido
– implementazione di meta prodotti
– tecnologia ed intelligenza per gli ambienti quanto a luce, aria, umidità e temperatura
– analisi ed approfondimento dei tessuti
– sviluppo di videogame e giochi interattivi su mobile e/o sull’interazione mediata da gesti
– robotica e cibernetica applicata
– digital fabrication per tutto il perimetro dell’industry

Conclusioni.
Il Mar Mediterraneo è un immenso museo subacqueo, la terra di Sardegna avrà chissà quanti giacimenti museali. Il nostro paese, pur essendo considerato il più grande giacimento di risorse culturali e pur non mancando di creatività e di livelli qualitativi eccellenti, ha ancora molto da sviluppare per fare impresa in questo ambito. Lunga è la strada, irto è il cammino, ma è uno dei pochi plausibili.
Ricordo a tutti che l’art. 9 della nostra Costituzione recita: la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione.
Cioè da tempo si è compreso che le cose di cui parliamo siano geneticamente collegate. Cerchiamo di non lasciarlo disapplicato come tante altre cose 😉

e come sempre, con tutta la grinta che posso, io lo dico a voi ma voi ditelo a tutti: #avantitutta

Vostro affezionatissimo Nicola

p.s.1 -> non esiste luogo in cui non si può scommettere, contano le idee e soprattutto le persone, la cui grinta, determinazione e voglia di fare devono essere direttamente proporzionali alla visione messa in campo

p.s.2 -> Dio non voglia che l’acronimo naturale del distretto (dcn) venisse usato nel piano di marketing

p.s.3 -> non fate l’errore di considerare le scuole solo nelle azioni, è uno dei più promettenti bacini di creatività e per la creazione d’impresa di nuova generazione

p.s.4 -> i mezzi sono il fine in costruzione (cit. menne che cita pira)

p.s.5 -> non costruite un uno portale fisico del distretto, immaginateli diffusi, così come i fab lab o i living lab, sarà più coinvolgente l’azione della rete

p.s.6 -> nuoro ha dignità e statura in quanto tale, non ha necessità, per legittimarsi, di auto definirsi l’atene della sardegna

p.s.7 -> buon vento Sardegna mia, buon futuro

 

Nicola Pirina

#icare e le www.officine2020.com di #ic

Ossia quel che avrei detto se avessi parlato venerdì scorso a nome di www.sardegna2050.it

icare Nicola

Per la statistica italiana, se sono fortunato, oramai sono un uomo di mezz’età ed in effetti condivido che sia opportuno smettere con questa cosa dei giovani all’infinito. Lo dico a livello generazionale. abbiamo l’età che abbiamo, viviamo con la vitalità di cui siamo capaci.

Aveva ragione De Andrè, i kg sono come le nuvole, vanno, vengono ed ogni tanto si fermano, poi dopo 10 mesi di spuntini in barbagia per www.makeinnuoro.it e gli altri viaggi non posso certo fare flessioni in aereo o crunch in macchina mentre guido. prima o poi spariranno (per ritornare :D).

Sono libero professionista, mi occupo d’innovazione per le politiche pubbliche e per le imprese, ivi comprese quelle che ancora non esistono che sono quelle che danno maggior soddisfazione.

Cerco di seguire tutto, mi muovo molto, nel 2014 157 decolli e 70.000 km, dormo poco e passo un fantastiliardo di ore proprio dentro il web, muovo più bit che me stesso, è tutto li il gioco.

Sgombriamo il campo da un equivoco: l’ecosistema dell’innovazione è un mondo povero per definizione proprio perchè è nel confine tra quel che c’è e qual che ci dovrebbe essere, è il motore del cambiamento culturale più necessario che mai in questi tempi, ma non girano soldi, in generale anzi c’è parecchia resistenza, come sapete chi vuol cambiare in genere da più fastidio che altro 😉

Parlare dopo Silvano Tagliagambe e tutti gli altri sarebbe stata una condanna, è la cosa più difficile che esista, ogni volta che abbiamo un evento o un lavoro da fare insieme, è imbarazzante, chiedo scusa in anticipo a lui ed al pubblico, da vero indegno relatore, in genere facciamo a gara per parlare prima in modo che ci sia un crescendo anzi che il calo 😀

Mi occupo d’innovazione per non fare l’avvocato :D, scherzi a parte, fatto a fan di Emilio Lussu, ti rispondo con le parole di Gramsci, lo faccio perchè anche io odio gli indifferenti, ho energie e le devo spendere nei percorsi che mi appassionano. e ciò che mi appassiona sono i temi di frontiera, sono i processi di cambiamento. il mercato mi riconosce di riuscire a pensare, vedere, scrivere ed attuare proprio sugli scenari, è li che spendo energia, perchè ci credo, perchè vedo che in molti magari non hanno le forze o l’entusiasmo che posso avere io (per fortuna ci sono caratteri differenti).

Chi più ha è giusto che più dia e, se tutti applicassero a loro modo il give back, il mondo sarebbe migliore ed andrebbe meglio, in tanti dovrebbero ricordare che la bara non ha tasche.

Poi perchè come insegna Silvano ed a breve scriverà (mi perdonerà per la citazione) la creatività è al confine con le patologie mentali, esattamente dove vivo io che non sono a piombo, nel mondo del possibile adiacente, quello dell’innovazione possibile.

Occuparsi d’innovazione nelle politiche pubbliche è oggi l’unico modo per uscire dal guado. ha ragione la Mazzuccato, è li che servono investimenti di medio e lungo periodo ed è corretto che sia proprio il pubblico a farlo.

Sono stanco di continuare a vedere che fare innovazione in Italia è fare l’ordinario, è indispensabile oramai mettersi a fare le cose che servono, serve ragionare per scenari e linee di tendenza, serve avere una visione, una strategia e la capacità di attuarle.

Le politiche pubbliche sono come una partita a tennis, per giocare servono le palle, serve coraggio, solo con forti scommesse di prospettiva ci possiamo risollevare.

Attualmente ci sono più soldi che idee e visioni #sappiatelo … a partire dalle cose ovvie, abbiamo un apparato legislativo che è pensato per quando il web non esisteva e vi ho detto tutto, abbiamo gli apparati amministrativi pensati per quando il mondo era altro, non abbiamo una risposta contemporanea che possa essere efficace per i grandi problemi che a breve dovremo affrontare: cibo, acqua, aria, salute, invecchiamento, cyber security, democrazia della rete solo per citarne alcuni.

E’ importante poi occuparsi d’innovazione anche nel privato, perchè il mondo è cambiato e continuerà a farlo a velocità progressive, serve quindi nuova impresa e rinnovamento dell’esistente; qui è determinante la capacità di interpretare i bisogni attuali e potenziali delle popolazioni e su quello dare risposte nuove, smart e sostenibili, qui il digitale non solo come soluzione finale ma soprattutto come infrastruttura di base e di processo la farà da padrona.

Sull’importanza dell’innovazione nei profili lavorativi. Anche qui, sono convinto che, così come i sindacati e le associazioni di categoria, per non dire i partiti, oramai non solo non rappresentano la realtà, non riescono ad interpretarla e non esprimono le necessità degli iscritti ma proprio non riescono a leggere il mondo. Così i dipendenti pubblici e privati, i professionisti e così via, devono metabolizzare che gli schemi consolidati del mondo e del mercato del lavoro su cui ragionano non esistono più da tempo. seguendoli si arriva ad una roba come la Grecia e via discorrendo.
Serve interpretare se stessi nel proprio ruolo in maniera contemporanea e dinamica, se mai ci saranno imprese che assumeranno, ad esempio, cercheranno come dipendente una figura molto simile ad uno startupper, idem per i dipendenti pubblici.

Perché esiste un collegamento tra innovazione e creazione di nuova impresa? Per varie ragioni: è li che si fa oramai R&S in outsourcing, è li che si sviluppa la sharing economy, è li che gli open data (ad averne di più!) si trasformeranno in soluzioni per i cittadini, è li che c’è e ci sarà risposta ai problemi occupazionali, dei migranti, dello spopolamento, dell’invecchiamento della popolazione.

Auguro a tutti innovazione e cambiamento per fatti concreti, non nelle parole né nei convegni che non sono generativi (e francamente hanno rotto i coglioni).

Quindi, ringrazio Dandy Massa e tutti gli amici delle Officine Permanenti per l’invito e per avermi reso partecipe, ringrazio Roberto Spano e Peppone Pirisi (e con loro tutti i relatori) per i pensieri sulle generazioni e sull’intelligenza connettiva.

Una bella esperienza di contaminazione e fertilizzazione reciproca in cui, per mero spirito di volontariato, molte persone hanno animato uno spazio pubblico con musica, arte, pittura, teatro, scultura e pensieri sul futuro dell’isola.

Con tutta la grinta che posso, io lo dico a voi, ma voi per piacere ditelo la tutti: #avantitutta!

Buon vento, Sardegna mia, ne hai davvero bisogno 😉

 

ps -> presto su http://www.ejatv.com/ il reportage

 

Nicola Pirina

Ma siamo sicuri che la Sardegna non può essere l’America?

tramonto nicolaI sabato sera portano riflessioni. Almeno così mi sembra.
Stavolta il tema era quello di chi si trasferisce e che molla tutto, lavoro compreso.
Molla per un misto tra ambizione personale e futuro dei figli.
Almeno a parole, poi nessuno si deve mai essere autorizzato a fare i conti in tasca agli altri.
Molla tutto, mutuo e socialità costruita, perché qui non vede futuro.
Molla per l’America,  ancora nel 2015, così come quando eravamo piccoli.
Molla per un sogno americano dove lavoro c’è per tutti, dove la sanità è perfetta, dove i problemi politici alla fine non sono provlemi ma discussione, dove il common law è salvifico.
Molla perchè così è che vede la situazione alla destinazione.

Inutile provare ad argomentare il contrario. Non c’è ascolto.
Molla perché questo è un paese di merda. Questo è il punto in cui do ragione. Non posso fare altrimenti. Ci siamo ridotti ad una parodia di noi stessi ed abbiamo frantumato tutto. Perchè un paese è lo specchio della sua popolazione.
Molla perché in nessun posto si può far breccia.
Perché da nessuna parte si mette mano ai problemi veri come giustizia, amministrazione, ambiente, aria, acqua, sanità,  sprechi, semplificazione,  tasse, evasione, etc.
Ed è proprio questo il punto.
Il fatto che non si comprenda che le soluzioni ci sono e che non siamo lontani dal cambiamento, che possibile cambiare.
Vero è che, se realmente la società volesse, si potrebbe cambiare nelle direzioni, se non di visione e scenario, almeno di cambiamento deciso a favore delle necessità contingenti.
Il problema, mi si ripete nel caldo di un sabato sera, è che siamo una nazione di merda perché siamo un popolo di merda, di truffaldini, di trafficoni, di gente che cerca scappatoie e soluzioni di comodo, accozzi e raccomandazioni o col grembiulino o col partito o col sindacato o con qualche altra fratellanza intesa nel senso becero quale oggi si sono a noi mostrate le classi dirigenti del millennio più accelerato che sia mai esistito.

Ma mai nessuno che abbia voluto intendere le fratellanza nel senso positivo.
Nel senso che se tutti si impegnassero per eliminare i bisogni di tutti, nessuno sarebbe vittima del sistema corrotto e maledetto che ci sta portando alla rovina, nessuno che pensa ad eliminare le storture regionali e nazionali per far si che si possa scoprire che la Sardegna può essere l’America del nuovo millennio.
Se vivessimo in un sistema equo e coeso, dove i principi di solidarietà e sostegno reciproco hanno un significato e sono praticati (non meramente pronunciati), difficilmente potrebbe sopravvivere l’attuale sistema socio economico.

Se il nostro paese va definitivamente nella direzione per cui è più importante rifarsi il seno che curare un anziano, in cui è più importante il sistema finanziario che quello sociale, in cui la campagna serve solo come discarica e per le trivelle, beh, NON E’ IL MIO PAESE. NO MORE.

Meritiamo di più e meglio. Tutti.

Buon vento, Sardegna mia, ne hai bisogno.

Tuo affezionato

Nicola1907506_1628925734020644_3989994034146595713_n(1)

Piccolo è bello (e stavolta anche bravo)

No no, tranquilli, non è la solita celebrazione sulle virtù delle piccole e medie imprese  che trainano il tessuto economico della nazione. Non è, tanto meno, neanche il solito tormentone estivo sul fatto che in amore le dimensioni non contino.
Stavolta la notizia è un’altra e riguarda il trasporto aereo e la Sardegna. Qualche giorno fa, a Milano, la Geasar,  società di gestione dell’aeroporto di Olbia, ha vinto l’ATRI AWARD, primo premio come miglior gestore aeroportuale d’Italia.
Si si, proprio così, Olbia è il primo aeroporto d’Italia per qualità dei servizi, davanti a colossi come Fiumicino, Malpensa, Linate, Catania solo per fare alcuni nomi grossi. È come se l’anno prossimo il Premio Strega lo vincesse un autore de Il Maestrale o di Fabula Editore, o se Paloschi diventasse il capocannoniere della Serie A, o la Dinamo Sassari in Europa (e qui mi fermo)….
Il valore del premio sta nel fatto di averlo vinto ad Olbia, scalo medio-piccolo come traffico (20^ posto nel 2014, dopo Brindisi, con poco più di due milioni di passeggeri/anno), ma con un fortissimo fenomeno di stagionalità (ben due terzi di questi si muovono fra giugno ed agosto).
La chiamano “bravura”: provate voi a tenere al top un aeroporto così anche d’inverno, quando le affollatissime sale estive si trasformano in atri deserti buoni per favolose partite a calcetto o per romantiche passeggiate mano nella mano con la hostess in attesa del volo, o quando le decine di negozi presenti si combattono pochi sparuti passeggeri; provate voi a mantenere in efficenza impianti, strutture, arredi, servizi che funzionano al massimo per 180 giorni e poi, per il resto dell’anno, rischiano di arrugginirsi.
Beh, Olbia e Geasar ce l’hanno fatta, azzerando quella diffidenza che spesso sconfina nell’ostilità: chiedete, se ce la fate, un parere sui rispettivi scali ad un cittadino di Fiumicino o di Malpensa o, per non andare lontano, di Elmas; qui, invece, si sono inventati un modellino di gestione che funziona e che viene visto come esempio e studiato in Italia ed Europa, portando, nei mesi “di morbida”, con successo, la città in aeroporto: mostre, concerti, presentazioni di libri, iniziative per bambini, feste, prodotti tipici e territori in esposizione, ect. Insomma tutto quanto contribuisca a mantenere viva una struttura in letargo, rendendola fruibile socialmente e redditizia  finanziariamente: per i curiosoni, gli utili di Geasar, nel 2014, sono stati 4,8 mil euro su 31.3 mil di ricavi, (senza contare gli utili prodotti dalle due controllate: Eccelsa 1,1 mil euro e Cortesa utile netto 0,6 mil euro).
Per far questo bisogna studiare tanto, confrontarsi, guardare le buone pratiche in giro per il mondo, ed evitare, conoscendole, quelle deleterie: ma soprattutto bisogna avere passione, coraggio e visione strategica, doti necessarie per cambiare lo status quo.
Ecco perché questo premio vale, e vale tanto (a proposito, dimenticavo … il management è tutto sardo, e scusate se è poco).
                                                                                                                                                    Gianfranco Fancello

Ai presidenti delle regioni

Nella certnicola pirinaezza che il livello nazionale sia difficilmente recuperabile (purtroppo).

Se fosse possibile averli davanti, tutti, senza essere interrotto, sicuro d’essere ascoltato, con la certezza d’aver risposte (nella loro consapevolezza che in giro c’è gente che non può essere coglionata, come il sottoscritto e come tanti altri), forse (e sottolineo forse) mi piacerebbe proporre una discussione sui seguenti temi:
1) qual è la sua visione per la sua terra?
2) lo sa che nel diritto italiano non esiste una norma che vieta il licenziamento dei dipendenti pubblici?
2 bis) lo sanno i suoi dipendenti pubblici che lo stipendio matura dopo aver svolto tutto il monte ore mensile e non direttamente quando vengono assunti?
2 ter) lo sa che oltre le agenzie pubbliche (di dubbia funzionalità) esiste un mercato che può evadere ogni necessità sua e dei suoi assessori?
3) conosce il significato della parola rinnovamento?
4) conosce il senso di un piano strategico?
5) lo sa che non è più credibile la scusa “ma la macchina amministrativa mi blocca ogni cosa”?
6) sa che cosa significa competitività territoriale e quali sono le azioni da mettere in campo per stimolarla ed aiutarla?
7) si è accorto che nell’arco dei primi 24 mesi del suo mandato c’è il vuoto spinto?
8) lo sa che in politica comunicazione non è forma ma sostanza?
9) lo sa che le questioni dei pesi politici nelle decisioni e nelle scelte all’elettorato non interessano?
10) si è accorto che da diversi anni l’elettorato è ridotto ai pochissimi che stanno smettendo di avere attaccamento alla maglia?
10bis) lo sa che moltissime aziende hanno chiuso senza possibilità di rinascita e che la stragrande maggioranza della popolazione non ha di che dar da mangiare ai figli?
10ter) lo sa che esiste un mondo nuovo di aziende nuove che fanno cose nuove e che hanno rilevanza su scala globale che possono essere valorizzate e su cui si può far sistema?
11) lo sa che i cittadini non hanno paura delle riforme vere e che se sbaglia può chiedere scusa e dimettersi?
11bis) lo sa che le riforme vere e coraggiose (quelle che esistono e che servono) si possono fare e che ce ne sarebbe bisogno?
11ter) lo sa che è indispensabile investire in innovazione con politiche pubbliche di medio lungo periodo?
12) si è accorto che esiste un mondo al di fuori del palazzo e che va ad una velocità e su contenuti che lei ignora e che la prescinde?
13) se ha risposto a tutte le domande precedenti (cosa di cui dubito) e non ha fatto nulla o non sa come rispondere in maniera plausibile, cosa ci fa ancora seduto davanti a me col titolo di presidente?
Nella speranza d’aver risposte e d’essere smentito in questa fase di personale scetticismo,
buon vento a tutti,
Nicola
ps1 -> Quando dico che sono stufo e che voglio prendere la residenza a Bastia, un nano secondo dopo penso con più forza ancora “ma perchè sono io a dovermene andare?”
ps2 -> Vorrei che fosse vivo Faber per sentire la sua opinione, mi manca.
ps3 -> Avrei altre 10k domande e vorrei che chi come me si impegna spassionatamente nei processi di innovazione sociale riuscisse ad aggregarsi di più e più spesso

 

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