#SmileSchool

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M come MA #SmileSchool

Ma

Particella del discorso tanto piccola quanto pregna di significati.

Una sillaba carica di importanza.

Congiunge con valore avversativo e/o limitativo due termini o locuzioni.

Talvolta in modo accrescitivo.

“Non sei stato bravo, ma bravissimo!”

Più spesso in rapporto di opposizione- contrasto.

“E’ intelligente, ma non si applica…”

“Non solo è chiacchierone, ma anche distratto!”

Associato all’affermazione si, genera una corrente di pensiero che frena il mondo delle possibilità.

“E’ un sentiero facile?” “Si, ma in salita”

Ergo non sono in grado di percorrerlo, non vale la pena faticare, non ho voglia.

Quanta avversione ho sviluppato nel tempo verso questa particella!

Verso una sillaba ostativa, che giustifica impedimenti più o meno reali.

Che evidenzia difficoltà, barriere, intralci.

Quanta avversione verso le risposte parzialmente positive, che sento sulla pelle come un’incoerenza, che vivo con sofferenza, che fatico a digerire.

Quanta avversione verso i “Si, ma….” che annunciano il fallimento prima di aver tentato anche solo di costruire uno scenario per il raggiungimento dell’obiettivo.

Quanta avversione verso i seguaci del simaismo imperante, sconfitti prima di aver giocato la partita.

Perchè i simaisti danno vinti non solo se stessi, ma l’intero pacchetto in campo: la squadra, il fine, i mezzi.

Proporre un cambiamento ad un simaista, seppur piccolissimo,  preclude persino la possibilità di pre-vederlo.

Il cambiamento è semplicemente impossibile, limitato da quel ma che chiude gli orizzonti, ostruisce la creatività, blocca le strade alle novità.

Il simaista è un Calimero catastrofista, che non può opporsi al suo destino ingrato.

Il simaista è un Calimero destinato a non modificare lo status quo.

E’ un Calimero costretto ad accettarlo, suo malgrado.

 

Scuola.

Piccoli, vergini e coraggiosi studenti, pronti ad affrontare il presente con vitalità, entusiasmo ed energia.

Ignari del fatto che le loro esuberanti divergenze cre-attive saranno presto convogliate verso uno sfondo uniforme.

Che alla loro energia si opporrà uguale e più forte resistenza.

Che il loro entusiasmo sarà destinato a soccombere a favore di un più modesto e disciplinato ordine.

Che i loro SI!!! saranno corretti e rivisti con un più adeguato si, ma …

Talvolta l’istruzione è portatrice (non sana) di simaismo.

Aiuta a dubitare anche di se stessi.

Sistematizza i contrasti e li categorizza in un insieme che non ammette eccessi.

Educa alla moderazione.

Istruisce alla sobrietà.

Disincentiva alternative e possibilità.

Talvolta l’istruzione è l’ossimoro di se stessa.

Come coniugare esigenze di stabilità, fermezza ed equilibrio di un sistema complesso come quello scolastico, senza cadere nell’immobilismo?

Vogliamo che i nostri ragazzi non perdano una visione fresca della realtà.

Che non perdano passione avvicinandosi alla conoscenza.

Che non apprendano modelli di condotta perdenti a prescindere.

Che non siano disfattisti di fronte al nuovo.

Vogliamo che trasformino la loro vivacità in amore per il sapere.

Che trasferiscano il loro dinamismo in una visione aperta del futuro.

Che provino, esperiscano.

Che sbaglino e imparino a ipotizzare alternative.

Che abbiano disponibilità verso le alternative.

Che non perdano le speranze nelle alternative.

Che traducano in vita le alternative.

Tutti.

#nonunodimeno

 

Alessandra Patti

#SmileSchool – L come Libertà

La libertà è sancita come diritto inalienabile dell’essere umano.

Si afferma attraverso autonomia e arbitrio.

Autonomia è emancipazione dalle scelte altrui.

Arbitrio è potere discrezionale, esercitato con coscienza.

Libertà presuppone capacità di scelta e volontà.

Scegliere significa individuare una opzione fra tante disponibili.

Selezionare quella più congrua al percorso che si intende intraprendere.

Esprimere volontà è pro-porsi verso un fine.

E’ disposizione, inclinazione e fermezza.

Implica diverse conseguenze:

  1. rispetto della libertà altrui
  2. padronanza di idee sul percorso da intraprendere
  3. cognizione della facoltà di pensiero e delle condizioni d’azione
  4. assunzione di responsabilità delle decisioni
  5. A. La mia libertà di agitare il pugno finisce dove inizia il tuo

La mia licenza non agisce nello spazio vuoto né in modo indipendente dal mondo.

L’autonomia di pensiero non ha corrispettivi necessari nei comportamenti e negli atteggiamenti.

L’agire libero è rispetto e riconoscimento dell’altro da sé.

  1. B. Avere una vision (e individuare gli step del tragitto) implica il possesso di competenze non scontate:

pre-visione, anticipazione, flessibilità e divergenza, determinazione, costanza e tenacia.

Non comuni.

  1. Ri-conoscere, distinguendole, realtà e fantasia; pre-vedere le conseguenze delle proprie azioni. Adattando le scelte al contesto
  2. D. Responsabilità fa il paio con consapevolezza, ma anche con sapere e intenzione.

E pretende il ri-conoscimento dei soggetti-altri eventualmente coinvolti.

Perciò talvolta libertà è percepita come fatica,  impegno oneroso, rischio.

Perciò talvolta non se ne recepiscono le opportunità.

O si rinuncia ad esse in anticipo.

Quale miglior palcoscenico, se non la scuola, dove disegnare, co-costruire e mettere in scena, come realtà e non come finzione, un modello educativo della libertà?

Quale ambiente più fresco e disponibile, se non quello dove si guarda al futuro con speranza, fiducia e coraggio?

Quale circostanza più favorevole, se non quella brulicante di piccoli individui disponibili a sperimentare, provare, tentare, sbagliare e ripartire?

Vogliamo – per i nostri ragazzi – un paradigma pedagogico che sia l’effige della libertà individuale, nella libertà di tutti.

Vogliamo che la comunità-scuola sia il modus vivendi di questo paradigma.

Vogliamo casomai che lo diventi, se già non lo è.

Il dove nel quale ciascuno studente possa realizzare il proprio personale cammino di vita.

Che gli consenta di esprimere al meglio potenzialità e talenti.

Potenzialità e talenti individuali che diventino stimolo ed esempio di crescita per gli altri.

Perché tutti possano alimentarsene, fruirne e goderne.

Affinché cooperazione e collaborazione generino benessere per tutti.

In una spirale virtuosa, in continua espansione.

Dove si crei benessere.

Perché il benessere è il luogo dove esprimere al meglio se stessi.

In libertà.

Con senso di responsabilità.

Con rispetto.

Di tutti.

#nonunodimeno

Alessandra Patti

 

Gli altri pezzi di Alessandra:

#SmileSchool – I come Innovazione

 

#Smileschool, H come holos

#SmileSchool – G come Gioco

#SmileSchool – F come Felicità

 

#SmileSchool – E come Empatia

 

#SmileSchool – D come Divergere

 

#SmileSchool – C come Comunità

 

#SmileSchool – B come educare al BELLO

 

#SmileSchool – A come Ambienti di Apprendimento

 

 

 

 

 

#SmileSchool – I come Innovazione

Con l’inizio del nuovo anno scolastico è tornata anche la nostra rubrica di Alessandra Patti. Oggi si parla delle innovazioni e dei cambiamenti che investono il mondo dell’istruzione.
Innovazione. Mutamento. Trasformazione.
Per rivoluzione o per reazione.
Innovare è la capacità di modificare qualcosa apportando in essa miglioramenti.
E’ anche atto di creazione (ex novo)
Anche se la scuola di Chartres ci ha insegnato che siamo sempre nani sui giganti.
Innovazione evoca futuro.
Futuro richiama evoluzione.
Evoluzione invoca cambiamento.
Innovare è cambiare.
Non tutto il cambiamento, però, è innovazione.
Da tempo nel mondo dell’istruzione e dell’educazione ci si arrovella intorno a questi temi.
Il legislatore suggerisce piccole transizioni al domani alternandole a proposte di riforma globale.
Un’altalena danzata come un nastro sinuoso nelle mani di una ballerina.
Sogni avveniristici per scuole all’avanguardia, oltre il qui ed ora, immaginate per esser pronte a ciò che sarà.
Se mi soffermo a riflettere, talvolta mi assale l’ansia.
Quasi tutti i disegni ruotano intorno allo sviluppo delle nuove tecnologie.
TIC, LIM, device, BYOD, e-portfolio, …
Le sigle sovrastano i programmi.
Rischiando che si confonda il processo con il risultato.
Il mezzo con il fine.
Lo strumento con il progetto.
Il metodo col contenuto.
La mia ansia diventa angoscia.
Siamo tutti pronti al cammino?
Condividiamo una vision chiara del traguardo?
I presupposti della scuola ipotizzati per l’innovazione sono di natura pedagogica.
Sono funzionali al rovesciamento di prospettiva nella relazione educativa, per favorire il passaggio dalla centralità dell’insegnamento alla centralità dell’apprendimento.
Dal docente all’alunno.
Innovare la didattica significherebbe rimettere in discussione le condizioni favorevoli allo studente, ai suoi modi di imparare, di approcciarsi alla conoscenza, di scoprire, indagare, formulare ipotesi e trovare soluzioni.
Ripensare le metodologie con-centrando le attenzioni sul discente.
…mumble mumble …
…il sistema scolastico non dovrebbe porsi questi scrupoli, essendo la propria esistenza giustificata precisamente e unicamente per questo compito…
Dunque perché innovare?
Il cambiamento dovrebbe esser parte integrante, costitutiva, naturale della scuola.
Parimenti all’evoluzione dei costumi, tradizioni, modi di vivere nella storia dei popoli.
Che non esigono di esser programmati, decisi, determinati.
Se il cambiamento è percepito come transito necessario, significa che l’istituzione non è adeguata alla realtà attuale.
Significa che la scuola non è al passo con il mondo in cui è situata.
Significa che non cammina insieme al mondo.
Significa che il presente dell’istruzione è anacronistico.
Che agli alunni si insegna il passato, al passato.
Che il futuro che raccontiamo è il loro presente.
Che il loro futuro è per noi sconosciuto e inconoscibile, imprevisto e imprevedibile.
Significa dunque che la scuola non è pronta.
Ad accogliere le istanze delle nuove generazioni.
Di queste generazioni.
Non è pronta a raccogliere i loro bisogni.
A com-prenderne desideri e sogni.
Il tragitto da-angoscia-a-tristezza è fin troppo breve.
Il paradosso della scuola che non prepara al futuro ma spesso neppure al presente.
La scuola che si arricchisce di schermi 3D, realtà virtuale, macchine del tempo e per il teletrasporto, paesaggi ologrammatici.
E usa la LIM per visualizzare video di YouTube.
Ho avuto una discussione con una persona che mi chiedeva cosa pensassi dello smartphone.
Ho temuto per un attimo che fosse un invito allo scontro sul tema cellulare-pro/contro-a-scuola.
Fugato in un baleno.
Il conoscente intendeva sentire la mia opinione sull’esistenza dello smartphone.
Sul senso della sua esistenza.
Come proporre un referendum a favore o contro del/il frigorifero.
Ben venga quindi il cambiamento, anche pro-posto con strumenti normativi.
Il cambiamento che parta dalla vita dei nostri ragazzi.
Da ciò che esperiscono quotidianamente spesso in assenza di competenze.
Da ciò che agiscono al di fuori dell’aula.
Che non sia scisso da ciò che sta al suo interno.
Perché noi siamo responsabili del loro stare nel mondo.
Perché abbiamo il dovere di insegnar loro a starci nel miglior modo possibile.
Perché hanno diritto di avere una scuola nel presente, per il futuro.
Il loro futuro.
Di tutti.
#nonunodimeno

 

Alessandra Patti

#Smileschool, H come holos

Nuova puntata della rubrica #Smileschool della nostra Alessandra Patti. Oggi si parla di tutto ciò che compone un intero, la scuola come come unità di connessioni, persone e parti.

 

Hólos, dal greco: tutto, intero.

Riferito all’essere umano indica l’insieme indivisibile di corpo, emozioni, pensieri e sentimenti.

In contrapposizione ad una visione meccanicistica, della separazione tra le parti.

Mette in evidenza interrelazioni e interdipendenze funzionali tra gli elementi che costituiscono una unità.

 

Secondo l’approccio sistemico il tutto è più della somma delle parti di cui è composto, ogni elemento è inscindibilmente connesso a tutti gli altri.

Modificando uno solo di essi l’intera struttura cambia, diventando un’altra.

Metodo necessario per gestire sistemi complessi.

 

La persona è un sistema complesso.

Il bambino/ragazzo è una persona.

Separando le emozioni dal corpo, il corpo dai pensieri e i pensieri dai sentimenti, si genera un’ idea di individuo quantomeno limitata.

Che induce ad agire sulla mente senza tenere in considerazione i turbamenti, l’eccitazione, le impressioni, le intuizioni.

Che persuade a concentrarsi sui processi cognitivi tralasciando lo sviluppo affettivo.

Che insiste sulle attività conoscitive e resiste all’educazione emotiva e relazionale.

 

La scuola è un sistema complesso.

Nel suo insieme si contano tante professionalità che interagiscono, si sovrappongono, si incontrano, si scontrano.

Il docente è una di queste.

La più importante.

Introduce saperi nelle menti dei nostri bambini.

Dipana un gomitolo di cognizioni algide, ordinate e rigorose, riversandole nelle loro testoline.

Dalle quali ha preventivamente espugnato le sensazioni, le fantasie, i sogni, le ansie, la motivazione.

Il sapere pretende un ambiente asettico per attecchire.

L’apprendimento è severo, la conoscenza intransigente.

 

E i nostri ragazzi si trovano così tre volte scissi.

La prima volta perché non li si riconosce come persone “intere”.

Perché si chiede loro di tenere fuori dalla recinzione scolastica la spontaneità, il dubbio, gli interrogativi, i salti e le capriole.

La seconda volta perché quella recinzione ricorda come la stessa scuola sia al confino rispetto al mondo.

Dualità nella dualità.

Ciò che distrae è fuori, ciò che è importante è dentro.

Ciò che attrae è fuori, ciò che obbliga è dentro.

Ciò che accade è fuori, ciò che è accaduto è dentro.

La terza volta perché dividiamo in scomparti ciò che nella vita è intero.

La matematica non è raccontata.

La lingua italiana non ha formule.

La fisica si.

L’arte no.

Cresciamo persone alla quali insegniamo a non legittimare l’integrità del mondo.

Alleviamo persone che istruiamo ad esser scisse.

Bello e brutto.

Dovere e piacere.

Apprendimento e divertimento.

Gioia e noia.

 

E ancora mi struggo.

A vederli costretti a ingurgitare nozioni senza connessioni con la concretezza che vivono.

A osservarli patire la giornata scolastica.

Attendere il suono della campana, il Natale, l’estate, per tornare alla vita.

Trattenere impulsi, ingoiare domande, frenare danze.

 

E mi struggo di più nel leggere la soddisfazione del docente orgoglioso della sua classe disciplinata, silenziosa, immobile.

Fiero dei voti non-troppo-alti, delle note alle famiglie, delle punizioni come sistema educativo esemplare.

 

Ho avuto un preside che mi fece staccare dalle pareti i lavori fatti con gli studenti; sporcavano l’aula.

Ho avuto un insegnante che umiliava i suoi studenti mettendoli in ridicolo davanti agli altri.

 

Mi sforzo di non cedere alla tentazione dell’indolenza.

Vorrei che tutti i nostri studenti avessero il diritto di portare in aula il mal di pancia, le mosche, il gioco che diverte, le corse al parco.

Senza per questo perdere punti nella classifica degli studenti migliori.

Vorrei che i nostri ragazzi potessero innamorarsi della scuola senza pericoli. Vorrei che potessero farlo a scuola.

Vorrei che potessero invaghirsi della storia dell’umanità.

Vorrei che fossero rapiti dalla chimica che è nascosta dentro ogni respiro, colora il cielo, miscela lo zucchero nel the.

Vorrei che bramassero di scoprirlo.

Tutti.

#nonunodimeno

 

Alessandra Patti

#SmileSchool – G come Gioco

Giocare è una cosa seria.

Mettersi in gioco significa, appunto, impegnarsi in qualcosa.

Quando i bimbi piccoli giocano, sperimentano la vita attraverso la finzione.

Vestono i panni dell’altro.

Invertono i ruoli provando a diventare altro da sé.

Sperimentano l’empatia.

Il gioco aiuta a diventare grandi.

Permette di capire come funziona la vita.

Consente di assumere un punto di vista esterno a se stessi, lievemente.

Insegna a riconoscere le parti nella commedia della vita, individuando i personaggi principali, i co-protagonisti, gli antagonisti e le comparse.

Aiuta a comprendere qual’è il proprio posto nel mondo, come ci si relaziona nella complessità, quali regole condivise governano i rapporti interpersonali nella propria cerchia di riferimento, allargandone via via i confini

Il gioco segue un rituale, ne fissa le regole, stabilisce le sanzioni per chi non le rispetta (con te non gioco più!), le modifica nel tempo e secondo il contesto, adattandole alle esigenze emergenti.

Giocare è una parte importante del processo di apprendimento.

Lo sanno bene gli insegnanti degli asili nido e delle scuole d’infanzia, che lo utilizzano consapevolmente come strategia educativa.

E fin qui tutto bene: i bambini trovano a scuola un mondo coerente con quello che vivono in famiglia e nella vita al di fuori delle istituzioni.

6 anni.

Ingresso alla scuola primaria.

Prima cerimonia di iniziazione nel percorso di crescita verso l’adultità.

Il primo ciclo di istruzione.

La scuola dell’obbligo.

Anche solo leggerlo fa rabbrividire: percorso obbligatorio di istruzione.

Dovere, vincolo necessità.

Da compiere secondo riti, con regole e sanzioni.

Da espletare con serietà, severità, gravità.

Non siamo mica all’asilo, qui!

E sul palco della vita fa la sua apparizione la prima dicotomia: ciò che è serio non è divertente.

La scuola è seria, quindi non è divertente.

Imparare è un dovere, quindi non si scherza.

Conoscere è un obbligo, quindi non si gioca.

Attenti-fermi-zitti-concentrati i nostri bimbi.

Non si perde tempo in sciocchezze.

Non si perde tempo in giochi.

A scuola si diventa grandi.

I grandi non giocano.

I bambini saranno adulti quando smetteranno di giocare.

Adulti seri.

Adulti tristi, insomma.E la traduzione implicita che ricavano dalle premesse del sillogismo scolastico è: scuola e sorrisi sono antinomici.

Conoscenza e divertimento sono azioni incompatibili.

Apprendimento e piacere non si accompagnano.

Studio e svago abitano due mondi diversi.

W le vacanze, abbasso la squola!

E ancora mi ribello…

Perché provare curiosità verso il nuovo, l’ignoto, il diverso è incantevole.

Perché avvertire piacere nella scoperta, nell’esplorazione della realtà, nella dissonanza è bello.

Perché subìre il fascino dell’imprevisto è seducente, affascinante, coinvolgente.

E imparare diventa un’avventura giocosa.

Un gioco serio.

Da affrontare con leggerezza, non superficialità.

Al quale co-partecipare, grandi e piccini.

Nel quale cimentarsi per conoscere i limiti, i punti di forza, i talenti e le attitudini di ciascuno.

Per crescere insieme, costruire insieme.

Come nella vita.

Perché la scuola è vita.

Per tutti.

#nonunodimeno

 

Alessandra Patti

#SmileSchool – F come Felicità

 Torna la nostra rubrica di Alessandra Patti che stavolta vuol tirar fuori un sorriso anche nella (forse) esagerata tendenza a voler ridurre la scuola come un posto dove si deve per forza star seri.

#SmileSchool – F come Felicità

Sentimenti ed emozioni: questi sconosciuti.

Banditi dalla vita contemporanea.

Dalla frenesia dell’efficientismo.

Dalla società ipertecnologica.

Dal razionalismo spinto.

Dalla ricerca del risultato efficace.

Come se vivere e star bene non fossero compatibili.

Felicità.

Stato dell’animo di chi è sereno, non turbato.

Felicità.

Che tutti bramiamo, sogniamo, cerchiamo intimamente.

Che non è lecita apertamente.

Non rientra fra gli intenti perseguiti pubblicamente.

Mai vista una carta dei servizi di una amministrazione che la contenga come obiettivo.

Al più si trova il termine benessere.

Quasi si volesse scindere lo star bene delle persone dalla disposizione psichica che lo determina.

La scuola è una amministrazione pubblica.

Il suo fine è l’educazione delle giovani generazioni, la loro preparazione alla vita, la loro istruzione.

Un progetto ambizioso e serissimo.

Affrontato con serietà.

Persino con solennità.

Con severità.

Con rigore.

Con gravità.

Insomma con tristezza.

Il primo buon proposito dell’alunno è apprendere a star fermo e zitto.

Chi si muove è perduto.

Additato come discolo, quando va bene.

Maleducato, in molti casi.

Iperattivo patologico, quando va peggio.

Togliamo quindi tutti gli ammennicoli che possano provocare voglia di muoversi.

Eliminiamo tutte le occasioni che possano promuovere caos.

Abbandoniamo tutte le situazioni che possano generare rumore.

Giochiamo, ma con ordine.

Coloriamo, entro i bordi.

Corriamo, senza sudare.

Cantiamo, in coro.

Esultiamo, con prudenza.

Viene definito processo di scolarizzazione: imparare a rispettare le regole della convivenza civile.

Come si impara l'osservanza delle norme?

Con il veto: è vietato far chiasso, creare confusione, parlare.

E’ vietato spostarsi senza autorizzazione.

E’vietato bere.

E’ vietato avere pensieri distraenti.

E’ vietato fare domande non contemplate.

E’ vietato provare curiosità.

E’ vietato esternare il proprio stato d'animo.

Tirando le somme, è vietato esser felici.

Eppure ….

La socialità è uno dei fini dell’educare.

Socialità significa star bene con gli altri.

Per star bene con gli altri si dovrebbe star bene con se stessi.

Ergo esser felici.

Cosa impedisce di educare alla felicità?

Cosa impedisce di sorridere mentre si svolge il delicato compito dell'insegnare?

Cosa impedisce di coniugare istruzione con passione, movimento, colore, entropia?

In molte organizzazioni lavorative nel mondo (Google, Ikea, Lego, fra le altre; ma anche a Dubai

esiste il People Happiness Department) la felicità non solo è contemplata come elemento necessario

allo sviluppo aziendale, ma è addirittura ricercata. (vedi http://positivesharing.com).

Già nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti dell’America del 1776 è indicato, tra i Diritti

inalienabili, il diritto alla ricerca della Felicità.

Perché il livello di soddisfazione delle persone incrementa la loro motivazione.

Migliora le performances professionali.

Stimola la partecipazione.

Aumenta la creatività.

Agevola il problem solving.

Potenzia le energie.

Incita all’innovazione.

Favorisce l’assunzione di responsabilità.

Fa maturare la persona.

Fa crescere il gruppo.

Tutti ingredienti irrinunciabili nel processo educativo.

Da quest’anno all’ #ICSestu (Istituto Comprensivo di Sestu, Cagliari) nel quale lavoro abbiamo inserito in organigramma il Referente della Felicità di istituto.

Il nostro Chief Happiness Officer scolastico.

Portatore sano di sorrisi.

Ricercatore di buone prassi.

Generatore di opportunità positive.

Trainer del ben-essere.

Vogliamo star bene.

Noi.

Vogliamo far star bene.

I nostri studenti.

Tutti.

#nonunodimeno

#SmileSchool – E come Empatia

Nuovo appuntamento con la rubrica di pensieri e riflessioni sul mondo della scuola. Oggi entriamo nel mondo delle emozioni. 

Pathos.

La capacità di suscitare emozione, densa, intensa.

Calore, vicinanza, immediatezza.

Empatia.

Nella relazione interpersonale è la capacità di mettersi nei panni dell’altro, com-prenderne lo stato d’animo, leggerlo e abbracciarlo, inglobandolo nel se.

Com-partecipare all’altro da sé.

La relazione educativa è un caso particolare di intersoggettività, che si realizza in maniera intenzionale e consapevole all’interno della scuola.

L’adulto scientemente si pone come guida esperta di un individuo in crescita.

Deliberatamente.

Per scelta professionale.

Egli è dotato degli strumenti che gli consentono di agire in modo responsabile per guidare il discente nel passaggio dall’età dello sviluppo alla maturità.

Discente.

Esiste il prototipo del discente?

Il modello emblematico al quale riferirsi quando ci si trova in una relazione educativa?

Discente è persona.

Persona è diversità.

Diversità è alterità.

Per ri-conoscere l’altro-da-me come parte-di-me, della comunità che con-dividiamo, il rapporto empatico è la chiave.

Partendo da questo presupposto, è dunque possibile adottare un paradigma educativo che ricomprenda tutte le divergenze di tutti gli altri-da-sè?

Se questo paradigma ha carattere di plasticità, è sufficientemente morbido da accogliere tutto il polimorfismo umano, è predisposto alla mutevolezza, si adatta al cambiamento, allora forse si può.

Se questo paradigma include in primis il sentire, oltre alle conoscenze (sui processi di apprendimento, lo sviluppo cognitivo etc…), la relazione educativa che si sviluppa al suo interno potrebbe essere di successo.

Il successo formativo, quello al quale sono indirizzate le azioni del sistema di istruzione.

Il successo formativo, quello diretto alla crescita della persona, dell’uomo e del cittadino.

Il successo formativo, quello orientato ad offrire pari opportunità di apprendimento agli studenti e alle studentesse.

Pari dignità alla loro origine sociale, religiosa, sessuale, culturale.

Pari occasioni di crescita personale.

Crescita.

Si cresce se si cammina insieme.

Si cresce insieme se il modello di riferimento è: io vinco-/ tu vinci.

Perchè il risultato dell’equazione è: noi vinciamo.

Il gioco di squadra è funzionale al ben-essere di tutti.

Il gioco di squadra è funzionale se agiamo in sinergia.

Sinergia significa cooperare, collaborare.

Sinergia produce potenziamento dell’azione individuale.

Moltiplica gli effetti positivi.

Mette in reciprocità.

Crea armonia e vicendevolezza.

Riduce la dissonanza.

Accorda le vibrazioni.

Rende partecipi.

Tutti.

#nonunodimeno

 

Alessandra Patti

#SmileSchool – D come Divergere

Quinta puntata della nostra Alessandra Patti che oggi affronta il tema delle eterogeneità che può portare interessanti risvolti. 

#SmileSchool – D come Divergere

A ben riflettere il compito affidato al sistema scolastico è impraticabile.

Fornire a tutti livelli minimi di competenze di base partendo da situazioni personali variegate.

Garantire omogeneità partendo da eterogeneità.

Teoricamente offrendo l’opportunità a tutti – e a ciascuno – di sviluppare le proprie attitudini e potenziare i talenti.

Teoricamente.

Essendo un compito complesso, e faticoso, si fa prima a tener ferma solo la prima parte del progetto: omogeneizzare.

Che sarebbe pure non malaccio, se non fosse che dall’omogeneità all’omologazione il passo è breve…

E quindi?

Quindi spesso si finisce per adempiere amministrativamente a prassi non esperite nella realtà didattica; si chiamano “casi” gli alunni (i bambini, i ragazzi, le persone) che si discostano dalla normalità.

Normalità.

Altro non è che l’idea esemplare, il modello, quasi l’archetipo di studente che vorremmo.

In fin dei conti il normodotato non esiste.

Esiste Giovanni, che ha i genitori separati e di questo soffre. E quindi non “rende” quanto potrebbe.

Esiste Laura, che è figlia unica, i genitori lavorano entrambi e sta spesso con la nonna. E quindi non “rende” quanto potrebbe.

Esiste anche Giacomo, che il padre non lo ha, e ….

Poi esistono Rosa, Fiammetta e Fabio. Hanno situazioni socio-culturali di partenza svantaggiate. Vorremmo mica che siano nella media?

E non dimentichiamo Giorgio: famiglia ricostituita, padre risposato, madre single, affidamento condiviso ma conflittuale.

E Simone che è dislessico.

Invece Tiziana è disabile.

Quelli che potrebbero far bene son chiassosi, interrompono la lezione, non si concentrano quelle 4-5-ore-consecutive-senza-fiatare, ….insomma ha-le-capacità-ma-non-si-applica, è-intelligente-ma-non-studia, se-solo-si-impegnasse-di-più-avrebbe-risultati-migliori.

In totale 21 alunni.

Su 21 alunni circa 21 sono “casi”.

La classe-tipo.

E si che a fare i conti con i dati di realtà ci vorrebbe poco: com’è che l’alunno-tipo emerge solo in un’icona dell’immaginario collettivo della scuola? Com’è che in aula è merce rara?

E tutti addolorati ad autofustigarsi: non esistono più i bambini di un tempo, le famiglie non educano al rispetto, la società produce disvalori….

Un motivo per indossare il cappello di Calimero lo si trova senza neppure faticare.

Li vorremmo tutti uguali, questi esserini curiosi.

Li vorremmo non troppo curiosi, che poi si muovono.

E fanno disordine.

Vorremmo valorizzare il loro pensiero divergente, le capacità critiche, l’espressione di se, la motivazione ad apprendere, le intelligenze multiple, i talenti naturali.

In silenzio, però, che la confusione è fastidiosa.

E financo pericolosa, forse.

Come uscire da questo laccio che stringe la vita, al pari di una giacca stretta di spalle che rende goffi i movimenti?

Come far crescere la passione per la conoscenza?

Come spingere alla promozione di se l’audace e il riservato, l’arguto e il tedioso, l’informale e il raffinato, ciascuno secondo i propri tempi e modi?

Promuoviamo l’uguaglianza di opportunità o l’appiattimento verso un modello ideale?

Un caro amico istruttore di equitazione ha l’abitudine di rispondere agli aspiranti cavallerizzi che chiedono perchè l’equino sul quale montano muova le orecchie: “perchè è vivo! Se desideri un cavallo impalato te lo consiglio a dondolo …”

Non riesco a rinunciare al sogno di quegli sguardi che aspirano il mondo con voracità.

Non riesco a pensare al sogno come a una speranza.

Non posso.

Perchè il sogno induce al movimento, chiede di essere inseguito e realizzato.

La speranza è intrisa di fatalità, e invita all’attesa di una soluzione spontanea.

E i nostri ragazzi non sono spore fungine che attendono nel sottobosco la pioggia, e speriamo che arrivi.

I nostri ragazzi sono vivi, muovono le orecchie, agitano le mani, roteano le pupille e hanno in punta di lingua mille domande che aspettano l’occasione di essere poste.

Attendono che noi offriamo loro l’opportunità.

Noi che siamo professionisti dell’educare e del formare.

Che amiamo il nostro lavoro proprio perchè è sempre diverso.

Che lo abbiamo scelto perchè abbiamo consapevolezza del processo di crescita delle persone che ci sono affidate.

Che lo portiamo avanti con passione e non come missione.

Che amiamo Giacomo perchè somiglia a Fabio ma non è Fabio.

Che riconosciamo che Fabio è diverso dal prototipo di Fabio.

Che vogliamo che ciascuno di loro possa attuare il diritto di essere ciò che è.

Tutti.

#nonunodimeno

 

Alessandra Patti

 

 

#SmileSchool – C come Comunità

Scuola.

Luogo di formazione del cittadino.

Luogo di maturazione dell’uomo e della donna.

Luogo di crescita della persona. Preferisco persona a individuo, evoca forse meno il solipsismo narcisistico che avvolge stretto il nostro vivere.

Alleviamo i nostri piccoli per la vita in società, la condivisione, il rispetto dell’altro, il dialogo,  il confronto; ciascuno dentro la sua bolla.

Un multiverso di bolle che si incrociano, si sfiorano, si scontrano e talvolta scoppiano.

La scuola sarebbe designata a dare un senso alla danza che ne deriva.

A trovare una coreografia che renda armonica l’andatura di ciascuno nel palcoscenico che raccoglie tutti.

E non sempre li accoglie.

Chi decide la pièce da mettere in scena?

Come avviene il processo di inclusione di chi danza fuori tempo, di chi non sa danzare, di chi non vuole danzare, di chi non apprezza quella danza?

Quanta consapevolezza è necessaria negli addetti ai lavori, gli esperti?

Quanta finezza per delineare la scenografia?

Quanta accuratezza per assegnare le parti in maniera equilibrata?

Quanta attenzione per coordinare i passi di tanti, diversi per stile, per impegno, per capacità, per attitudini?

Il lavoro della scuola sarebbe questo: assemblare una molteplicità di persone, che co-costruiscano un progetto dopo aver individuato le finalità; che scelgano gli step e li adattino agli studenti che hanno di fronte, seguendoli nel processo di crescita.

Comunità, dunque.

Dibattito sui valori di fondo;

Confronto con il territorio nel quale si opera e con gli attori interni;

Valutazione e condivisione delle intenzioni;

Canovaccio del processo per raggiungerle;

Decisione sulle modalità organizzative;

Comunità.

Implica la deliberata volontà di stare insieme; talvolta perchè ci si sceglie, talvolta perchè ci si trova;

Implica la volontà di costruire insieme;

Implica la consapevolezza del cammino selezionato fra le opzioni possibili;

Comunità è sentirsi parte;

Il piacere di sentirsi parte;

Il piacere di scegliere un cammino da percorrere in armonia, aiutandosi a vicenda nei momenti ombrosi, sostenendosi quando si è affaticati, gioendo insieme per le conquiste.

Perchè crescere non è solo arduo, laborioso e faticoso.

Maturare è soprattutto un’avventura piena di sorprese, un gioco caleidoscopico nel quale svelare immagini policrome, fantasticare alternative, provarle e sbagliarle, tornare indietro e ripartire.

E’ complesso ma non sempre complicato.

E’ multiforme ma non sempre inintellegibile.

E’ pieno di dilemmi ma non sempre insidioso.

Può essere persino divertente.

Costruire una comunità partendo da una scuola non è semplice, né veloce.

Una scuola è un mondo parallelo, esiste per norma  e non per elezione.

Chi ci lavora non si conosce, non ha vite simili, non ha esperienze comuni.

Chi la frequenta come studente si trova a dover coniugare intenti, comportamenti, regole non sempre esplicitate dai docenti e dal personale scolastico.

Ciò che è lecito per qualcuno è proibito per altri; ciò che è apprezzato in alcuni contesti è escluso in altri; ciò che è perseguito da alcuni è respinto da altri.

In linea di massima però, i divieti superano le licenze; il dovere domina sul piacere; il sacrificio è superiore al diletto.

Le passioni sono sgradite, malviste,  invise, al meglio scoraggiate.

L’ordine sottostà al controllo; il controllo alla ragione; la ragione alla regola; la regola alla punizione ; la punizione al silenzio; il silenzio alla stasi.

Non necessariamente in quest’ordine.

Quel che emerge con chiarezza è che divergenza, creatività, movimento, mescolanza vengono confinate al di là della cornice che delimita il campo dell’istruzione, e dell’educazione, e della formazione.

Ma come è possibile co-pro-gettare l’ esistere comune laddove le differenze personali non possono esprimersi? Laddove i talenti non sono conosciuti, riconosciuti, valorizzati? Laddove l’espressione del singolo non trova spazio?

Come attuare un confronto se non è possibile palesare il proprio essere esclusivo?

Come captare affinità se non partendo dal catalogo delle caratteristiche del singolo?

Costruire una comunità non è banale. Ma neppure impossibile.

Dopo anni di permanenza nello stesso ambiente ho visto spuntare i germogli della partecipazione.

All’inizio ho guardato di sottecchi queste gemme, con meraviglia, sorridendo con cautela, solo con gli occhi, per non rompere l’incanto;  ho avuto timore che si dissolvessero in uno sbuffo di sogno.

Ho osservato altri che timidamente gioivano.

Poi, più ho iniziato a goderne, a ridere forte e con tutti i denti visibili,

più abbiamo iniziato a riconoscerci, a volerci conoscere meglio, a essere noi.

E se è successo a noi, qui ed ora, può succedere a tutti, ovunque e sempre.

Può accadere di scegliere di star bene; e di coltivarlo, il benessere.

Può accadere di essere una comunità, di lavorare con la comunità, per la comunità, nella comunità.

E di esserne fieri..

Tutti.

#nonunodimeno

 

Alessandra Patti

#SmileSchool – B come educare al BELLO

Insegnanti.

Lezioni.

Compiti.

Doveri.

Studio.

Istruzione.

Programmi.

Libri.

Alcuni tra i vocaboli rinvenuti in rete nelle nuvole di tag sulla scuola.

Declinazioni di scuola.

E quando il bello?

Da quanto tempo abbiamo deciso di escludere dall’educazione dei nostri ragazzi il fascino, l’incanto, il piacere di apprendere?

Ne abbiamo pigramente scordato l’esistenza, giorno dopo giorno, una campanella dietro l’altra, avvolti dalla certezza del sentiero battuto, della strada nota, dell’ordine rigoroso?

Ci siamo assuefatti dentro l’abitudine di un sistema che esiste ma non ricordiamo più il perché?

Siamo diventati insegnanti perché è un lavoro onesto, sicuro, riconosciuto?

Abbiamo iniziato a epurare la poesia dell’apprendimento, dell’imparare ad imparare, eliminando poco alla volta l’emozione, l’attrazione, la seduzione, l’ammirazione, l’ispirazione, l’intuizione, l’immaginazione?

Lasciando che facesse rima sempre più frequentemente con afflizione, coazione, competizione, imposizione, ripetizione, prestazione, valutazione, conformazione, abnegazione?

Sei Gennaio. Le vacanze natalizie volgono al termine.

Chiedete a uno studente se è felice di rientrare a scuola.

Chiedetelo a un docente.

Io l’ho fatto: escluso rarità, la risposta è inesorabilmente negativa.

Sconforto. Prima reazione.

Resa? Giammai!

Ricerca di soluzioni. Seconda reazione.

Non mi arrendo.

Troppo triste rinunciare agli occhi tondi-come-spirali dei bimbi che frugano dentro una nuova esperienza; che credono nella magia della scoperta; che si perdono in un labirinto di storie.

Troppo facile arrendersi alla comoda disfatta di una prassi autoreferenziale, autoreplicante, autocompiacente.

Troppo angosciante cedere alla consuetudine, all’abitudine, alla reiterazione di modelli familiari, vetusti, ammuffiti.

Voglio (si, ancora voglio; perchè vorrei è troppo gentile, lascia spazio ai si, ma …, ai purtroppo…), dunque voglio un luogo attraente, gradevole, armonico.

Un luogo piacevole, accattivante, eccitante.

Che desti piacere estetico, nella mente e nello spirito.

Bello e virtuoso nelle azioni.

Affascinante e avventuroso nel percorso.

Efficace e grande nei risultati.

Il più imponente dei quali è il sorriso.

Che vedo sul viso dei ragazzi.

Che sento nelle vibrazioni in pancia.

Che restituisce partecipazione, ricerca, passione.

Che genera disordine creativo, creattivo, proattivo.

Che accetta l’entropia, il suono, la casualità, il colore.

Che promuove la relazione e il relativo.

Che ricerca il bello nel sapere.

Che trova il bello nell’apprendere.

Che realizza il bello nel suo essere centro privilegiato per la formazione dell’uomo; e del cittadino.

Perché subìre il fascino del bello è un ossimoro felice, proietta in un mondo positivo e può essere una scelta, a dispetto del verbo.

Deve essere una scelta per la scuola, per l’insegnamento, per l’apprendimento, per i docenti e gli studenti.

Tutti.

#nonunodimeno

 

Alessandra Patti

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