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#SmileSchool – I come Innovazione

Con l’inizio del nuovo anno scolastico è tornata anche la nostra rubrica di Alessandra Patti. Oggi si parla delle innovazioni e dei cambiamenti che investono il mondo dell’istruzione.
Innovazione. Mutamento. Trasformazione.
Per rivoluzione o per reazione.
Innovare è la capacità di modificare qualcosa apportando in essa miglioramenti.
E’ anche atto di creazione (ex novo)
Anche se la scuola di Chartres ci ha insegnato che siamo sempre nani sui giganti.
Innovazione evoca futuro.
Futuro richiama evoluzione.
Evoluzione invoca cambiamento.
Innovare è cambiare.
Non tutto il cambiamento, però, è innovazione.
Da tempo nel mondo dell’istruzione e dell’educazione ci si arrovella intorno a questi temi.
Il legislatore suggerisce piccole transizioni al domani alternandole a proposte di riforma globale.
Un’altalena danzata come un nastro sinuoso nelle mani di una ballerina.
Sogni avveniristici per scuole all’avanguardia, oltre il qui ed ora, immaginate per esser pronte a ciò che sarà.
Se mi soffermo a riflettere, talvolta mi assale l’ansia.
Quasi tutti i disegni ruotano intorno allo sviluppo delle nuove tecnologie.
TIC, LIM, device, BYOD, e-portfolio, …
Le sigle sovrastano i programmi.
Rischiando che si confonda il processo con il risultato.
Il mezzo con il fine.
Lo strumento con il progetto.
Il metodo col contenuto.
La mia ansia diventa angoscia.
Siamo tutti pronti al cammino?
Condividiamo una vision chiara del traguardo?
I presupposti della scuola ipotizzati per l’innovazione sono di natura pedagogica.
Sono funzionali al rovesciamento di prospettiva nella relazione educativa, per favorire il passaggio dalla centralità dell’insegnamento alla centralità dell’apprendimento.
Dal docente all’alunno.
Innovare la didattica significherebbe rimettere in discussione le condizioni favorevoli allo studente, ai suoi modi di imparare, di approcciarsi alla conoscenza, di scoprire, indagare, formulare ipotesi e trovare soluzioni.
Ripensare le metodologie con-centrando le attenzioni sul discente.
…mumble mumble …
…il sistema scolastico non dovrebbe porsi questi scrupoli, essendo la propria esistenza giustificata precisamente e unicamente per questo compito…
Dunque perché innovare?
Il cambiamento dovrebbe esser parte integrante, costitutiva, naturale della scuola.
Parimenti all’evoluzione dei costumi, tradizioni, modi di vivere nella storia dei popoli.
Che non esigono di esser programmati, decisi, determinati.
Se il cambiamento è percepito come transito necessario, significa che l’istituzione non è adeguata alla realtà attuale.
Significa che la scuola non è al passo con il mondo in cui è situata.
Significa che non cammina insieme al mondo.
Significa che il presente dell’istruzione è anacronistico.
Che agli alunni si insegna il passato, al passato.
Che il futuro che raccontiamo è il loro presente.
Che il loro futuro è per noi sconosciuto e inconoscibile, imprevisto e imprevedibile.
Significa dunque che la scuola non è pronta.
Ad accogliere le istanze delle nuove generazioni.
Di queste generazioni.
Non è pronta a raccogliere i loro bisogni.
A com-prenderne desideri e sogni.
Il tragitto da-angoscia-a-tristezza è fin troppo breve.
Il paradosso della scuola che non prepara al futuro ma spesso neppure al presente.
La scuola che si arricchisce di schermi 3D, realtà virtuale, macchine del tempo e per il teletrasporto, paesaggi ologrammatici.
E usa la LIM per visualizzare video di YouTube.
Ho avuto una discussione con una persona che mi chiedeva cosa pensassi dello smartphone.
Ho temuto per un attimo che fosse un invito allo scontro sul tema cellulare-pro/contro-a-scuola.
Fugato in un baleno.
Il conoscente intendeva sentire la mia opinione sull’esistenza dello smartphone.
Sul senso della sua esistenza.
Come proporre un referendum a favore o contro del/il frigorifero.
Ben venga quindi il cambiamento, anche pro-posto con strumenti normativi.
Il cambiamento che parta dalla vita dei nostri ragazzi.
Da ciò che esperiscono quotidianamente spesso in assenza di competenze.
Da ciò che agiscono al di fuori dell’aula.
Che non sia scisso da ciò che sta al suo interno.
Perché noi siamo responsabili del loro stare nel mondo.
Perché abbiamo il dovere di insegnar loro a starci nel miglior modo possibile.
Perché hanno diritto di avere una scuola nel presente, per il futuro.
Il loro futuro.
Di tutti.
#nonunodimeno

 

Alessandra Patti

#Smileschool, H come holos

Nuova puntata della rubrica #Smileschool della nostra Alessandra Patti. Oggi si parla di tutto ciò che compone un intero, la scuola come come unità di connessioni, persone e parti.

 

Hólos, dal greco: tutto, intero.

Riferito all’essere umano indica l’insieme indivisibile di corpo, emozioni, pensieri e sentimenti.

In contrapposizione ad una visione meccanicistica, della separazione tra le parti.

Mette in evidenza interrelazioni e interdipendenze funzionali tra gli elementi che costituiscono una unità.

 

Secondo l’approccio sistemico il tutto è più della somma delle parti di cui è composto, ogni elemento è inscindibilmente connesso a tutti gli altri.

Modificando uno solo di essi l’intera struttura cambia, diventando un’altra.

Metodo necessario per gestire sistemi complessi.

 

La persona è un sistema complesso.

Il bambino/ragazzo è una persona.

Separando le emozioni dal corpo, il corpo dai pensieri e i pensieri dai sentimenti, si genera un’ idea di individuo quantomeno limitata.

Che induce ad agire sulla mente senza tenere in considerazione i turbamenti, l’eccitazione, le impressioni, le intuizioni.

Che persuade a concentrarsi sui processi cognitivi tralasciando lo sviluppo affettivo.

Che insiste sulle attività conoscitive e resiste all’educazione emotiva e relazionale.

 

La scuola è un sistema complesso.

Nel suo insieme si contano tante professionalità che interagiscono, si sovrappongono, si incontrano, si scontrano.

Il docente è una di queste.

La più importante.

Introduce saperi nelle menti dei nostri bambini.

Dipana un gomitolo di cognizioni algide, ordinate e rigorose, riversandole nelle loro testoline.

Dalle quali ha preventivamente espugnato le sensazioni, le fantasie, i sogni, le ansie, la motivazione.

Il sapere pretende un ambiente asettico per attecchire.

L’apprendimento è severo, la conoscenza intransigente.

 

E i nostri ragazzi si trovano così tre volte scissi.

La prima volta perché non li si riconosce come persone “intere”.

Perché si chiede loro di tenere fuori dalla recinzione scolastica la spontaneità, il dubbio, gli interrogativi, i salti e le capriole.

La seconda volta perché quella recinzione ricorda come la stessa scuola sia al confino rispetto al mondo.

Dualità nella dualità.

Ciò che distrae è fuori, ciò che è importante è dentro.

Ciò che attrae è fuori, ciò che obbliga è dentro.

Ciò che accade è fuori, ciò che è accaduto è dentro.

La terza volta perché dividiamo in scomparti ciò che nella vita è intero.

La matematica non è raccontata.

La lingua italiana non ha formule.

La fisica si.

L’arte no.

Cresciamo persone alla quali insegniamo a non legittimare l’integrità del mondo.

Alleviamo persone che istruiamo ad esser scisse.

Bello e brutto.

Dovere e piacere.

Apprendimento e divertimento.

Gioia e noia.

 

E ancora mi struggo.

A vederli costretti a ingurgitare nozioni senza connessioni con la concretezza che vivono.

A osservarli patire la giornata scolastica.

Attendere il suono della campana, il Natale, l’estate, per tornare alla vita.

Trattenere impulsi, ingoiare domande, frenare danze.

 

E mi struggo di più nel leggere la soddisfazione del docente orgoglioso della sua classe disciplinata, silenziosa, immobile.

Fiero dei voti non-troppo-alti, delle note alle famiglie, delle punizioni come sistema educativo esemplare.

 

Ho avuto un preside che mi fece staccare dalle pareti i lavori fatti con gli studenti; sporcavano l’aula.

Ho avuto un insegnante che umiliava i suoi studenti mettendoli in ridicolo davanti agli altri.

 

Mi sforzo di non cedere alla tentazione dell’indolenza.

Vorrei che tutti i nostri studenti avessero il diritto di portare in aula il mal di pancia, le mosche, il gioco che diverte, le corse al parco.

Senza per questo perdere punti nella classifica degli studenti migliori.

Vorrei che i nostri ragazzi potessero innamorarsi della scuola senza pericoli. Vorrei che potessero farlo a scuola.

Vorrei che potessero invaghirsi della storia dell’umanità.

Vorrei che fossero rapiti dalla chimica che è nascosta dentro ogni respiro, colora il cielo, miscela lo zucchero nel the.

Vorrei che bramassero di scoprirlo.

Tutti.

#nonunodimeno

 

Alessandra Patti

Impresa in azione, atto finale martedì 23 maggio a Cagliari

Giunge al termine della fase regionale Impresa in azione, il programma didattico di alternanza tra scuola e lavoro promosso da Junior Achievement Italia, prima associazione non profit per la diffusione della cultura economico-imprenditoriale tra i giovani – organizzato in Sardegna da Sardegna 2050 con la collaborazione di Open Campus, Scuolimpresa Sardegna e con il supporto dell’Europe Direct della Regione Sardegna, di Finsardegna e del Contamination Lab dell’Università di Cagliari.

L’appuntamento è per martedì 23 maggio dalle 9:15 alle 19 presso la Mediateca del Mediterraneo e presso il Teatro Massimo a Cagliari si svolgerà la finale.

Impresa in azione è il programma di alternanza scuola lavoro che consente agli studenti delle scuole superiori di secondo grado delle classi terze, quarte e quinte di costituire una vera e propria impresa che, con la supervisione di un docente tutor e di un esperto d’impresa, progetta, realizza e vende un prodotto o un servizio innovativo. Studenti, docenti ed esperti d’azienda di tutto il territorio regionale si confronteranno con i propri progetti d’impresa arrivati alle finali regionali.

I NUMERI – Sono 37 le classi mini-imprese che hanno partecipato al programma, coinvolgendo quasi 800 giovani imprenditori che provengono dagli Istituti di Istruzione Superiore di Cagliari, Selargius, Tortolì, Nuoro, Siniscola, Olbia e Sassari.

LA FINALE – I partecipanti saranno chiamati a presentare la propria idea imprenditoriale (un prodotto o un servizio) sviluppata realizzata e commercializzata durante tutto l’anno scolastico, anche grazie al supporto del docente coordinatore e di alcuni manager d’azienda che, volontariamente, hanno deciso di donare alcune delle loro ore lavorative per una attività di affiancamento agli studenti.

Per convincere la giuria i giovani imprenditori esporranno i lavori negli stand espositivi, allestiti negli spazi della Mediateca, affronteranno il pubblico, un colloquio con i giudici e mostreranno un video-pitch con le informazioni della loro mini-impresa. Poi saliranno sul palco del Teatro Massimo di pomeriggio e in tre minuti faranno un ultimo appello alla giuria, prima del verdetto finale.

I PREMI – I vincitori di questa prima fase regionale potranno partecipare alla competizione nazionale BIZ Factory a Milano e di contendersi il titolo di Migliore Impresa JA 2017. Inoltre, i primi tre classificati vinceranno dei premi, messi in palio da Finsardegna.

Impresa in azione (www.impresainazione.it) è un programma di educazione all’autoimprenditorialità sviluppato da più di dieci anni nelle scuole superiori di tutta Italia

#Asoc1617, in Sardegna riconoscimenti per due scuole

Ci sono anche due progetti ASOC,  in collaborazione con Sardegna2050, tra i premiati delle migliori ricerche nell’edizione 2016-2017 di “A Scuola di OpenCoesione”. Il team Janna de Mare del Liceo Enrico Fermi di Alghero si è classificato ottavo mentre un premio speciale, invece, è andato al team Fibra del Liceo Gramsci di Olbia. Le classi verranno premiate a Roma il prossimo 25 maggio.

I risultati sono stati annunciati stamattina, in occasione della Festa dell’Europa, con il lancio di un video sul sito A Scuola di OpenCoesione. Si sono svolti infatti diversi appuntamenti sul territorio in cui gli studenti hanno presentato alle istituzioni locali e alla cittadinanza i propri lavori di monitoraggio civico e di ricerca sui progetti delle politiche di coesione che hanno approfondito nel corso dell’anno scolastico a partire dai dati pubblicati su OpenCoesione.

In Sardegna, dove ASOC ha sperimentato una collaborazione con la Regione, i 22 team delle 17 scuole partecipanti hanno presentato le loro ricerche confrontandosi con rappresentanti di OpenCoesione e altri referenti istituzionali in un question time sui temi dell’Europa.

 

#SmileSchool – G come Gioco

Giocare è una cosa seria.

Mettersi in gioco significa, appunto, impegnarsi in qualcosa.

Quando i bimbi piccoli giocano, sperimentano la vita attraverso la finzione.

Vestono i panni dell’altro.

Invertono i ruoli provando a diventare altro da sé.

Sperimentano l’empatia.

Il gioco aiuta a diventare grandi.

Permette di capire come funziona la vita.

Consente di assumere un punto di vista esterno a se stessi, lievemente.

Insegna a riconoscere le parti nella commedia della vita, individuando i personaggi principali, i co-protagonisti, gli antagonisti e le comparse.

Aiuta a comprendere qual’è il proprio posto nel mondo, come ci si relaziona nella complessità, quali regole condivise governano i rapporti interpersonali nella propria cerchia di riferimento, allargandone via via i confini

Il gioco segue un rituale, ne fissa le regole, stabilisce le sanzioni per chi non le rispetta (con te non gioco più!), le modifica nel tempo e secondo il contesto, adattandole alle esigenze emergenti.

Giocare è una parte importante del processo di apprendimento.

Lo sanno bene gli insegnanti degli asili nido e delle scuole d’infanzia, che lo utilizzano consapevolmente come strategia educativa.

E fin qui tutto bene: i bambini trovano a scuola un mondo coerente con quello che vivono in famiglia e nella vita al di fuori delle istituzioni.

6 anni.

Ingresso alla scuola primaria.

Prima cerimonia di iniziazione nel percorso di crescita verso l’adultità.

Il primo ciclo di istruzione.

La scuola dell’obbligo.

Anche solo leggerlo fa rabbrividire: percorso obbligatorio di istruzione.

Dovere, vincolo necessità.

Da compiere secondo riti, con regole e sanzioni.

Da espletare con serietà, severità, gravità.

Non siamo mica all’asilo, qui!

E sul palco della vita fa la sua apparizione la prima dicotomia: ciò che è serio non è divertente.

La scuola è seria, quindi non è divertente.

Imparare è un dovere, quindi non si scherza.

Conoscere è un obbligo, quindi non si gioca.

Attenti-fermi-zitti-concentrati i nostri bimbi.

Non si perde tempo in sciocchezze.

Non si perde tempo in giochi.

A scuola si diventa grandi.

I grandi non giocano.

I bambini saranno adulti quando smetteranno di giocare.

Adulti seri.

Adulti tristi, insomma.E la traduzione implicita che ricavano dalle premesse del sillogismo scolastico è: scuola e sorrisi sono antinomici.

Conoscenza e divertimento sono azioni incompatibili.

Apprendimento e piacere non si accompagnano.

Studio e svago abitano due mondi diversi.

W le vacanze, abbasso la squola!

E ancora mi ribello…

Perché provare curiosità verso il nuovo, l’ignoto, il diverso è incantevole.

Perché avvertire piacere nella scoperta, nell’esplorazione della realtà, nella dissonanza è bello.

Perché subìre il fascino dell’imprevisto è seducente, affascinante, coinvolgente.

E imparare diventa un’avventura giocosa.

Un gioco serio.

Da affrontare con leggerezza, non superficialità.

Al quale co-partecipare, grandi e piccini.

Nel quale cimentarsi per conoscere i limiti, i punti di forza, i talenti e le attitudini di ciascuno.

Per crescere insieme, costruire insieme.

Come nella vita.

Perché la scuola è vita.

Per tutti.

#nonunodimeno

 

Alessandra Patti

Idea, Sardegna 2050 on air su Radio X

Sardegna2050 on air. E’ partita sull’emittente regionale Radio X da qualche settimana Idea, format radiofonico che nasce per stimolare coloro che hanno una propria idea di business a prendere l’iniziativa e farsi avanti per realizzarla, ma che si rivolge anche a chi non arrendendosi alla crisi ha voglia di rimettersi in gioco con un’intuizione innovativa.

Insieme alla nostra associazione ci sono Fondazione Lions per il Lavoro, Sardex, Acanta Mag, Soliles e Open Campus 

Per dieci settimane, ogni giovedì a partire dalle 18.30 con approfondimenti, interviste, analisi di progetti già realizzati o in corso di realizzazione, si vogliono ispirare gli imprenditori di domani e coinvolgerli nella realizzazione nell’elaborazione di un progetto d’impresa.

Il progetto è aperto a tutti, singoli o gruppi, senza limiti di età, a patto che l’idea di impresa soddisfi alcune caratteristiche legali, sociali ed etiche, sintetizzate nel rispetto della società, della persona e dell’ambiente. Coloro che, attraverso la trasmissione, presenteranno progetti alla Fondazione, potranno godere di una valutazione relativa alla fattibilità dell’iniziativa e se ritenuta, “realizzabile”, usufruire dell’accompagnamento tecnico necessario, definendo un piano di sviluppo e soluzioni atte a finanziarie la stessa. Tutti i progetti ritenuti validi, parteciperanno alla seconda edizione del concorso New Work promosso dalla Fondazione Lions per il lavoro, con cui si individueranno e premieranno le idee di business ritenute più valide a livello nazionale.

info e contatti: idea@retelions.it

Pagina della trasmissione su Radio X

#SmileSchool – F come Felicità

 Torna la nostra rubrica di Alessandra Patti che stavolta vuol tirar fuori un sorriso anche nella (forse) esagerata tendenza a voler ridurre la scuola come un posto dove si deve per forza star seri.

#SmileSchool – F come Felicità

Sentimenti ed emozioni: questi sconosciuti.

Banditi dalla vita contemporanea.

Dalla frenesia dell’efficientismo.

Dalla società ipertecnologica.

Dal razionalismo spinto.

Dalla ricerca del risultato efficace.

Come se vivere e star bene non fossero compatibili.

Felicità.

Stato dell’animo di chi è sereno, non turbato.

Felicità.

Che tutti bramiamo, sogniamo, cerchiamo intimamente.

Che non è lecita apertamente.

Non rientra fra gli intenti perseguiti pubblicamente.

Mai vista una carta dei servizi di una amministrazione che la contenga come obiettivo.

Al più si trova il termine benessere.

Quasi si volesse scindere lo star bene delle persone dalla disposizione psichica che lo determina.

La scuola è una amministrazione pubblica.

Il suo fine è l’educazione delle giovani generazioni, la loro preparazione alla vita, la loro istruzione.

Un progetto ambizioso e serissimo.

Affrontato con serietà.

Persino con solennità.

Con severità.

Con rigore.

Con gravità.

Insomma con tristezza.

Il primo buon proposito dell’alunno è apprendere a star fermo e zitto.

Chi si muove è perduto.

Additato come discolo, quando va bene.

Maleducato, in molti casi.

Iperattivo patologico, quando va peggio.

Togliamo quindi tutti gli ammennicoli che possano provocare voglia di muoversi.

Eliminiamo tutte le occasioni che possano promuovere caos.

Abbandoniamo tutte le situazioni che possano generare rumore.

Giochiamo, ma con ordine.

Coloriamo, entro i bordi.

Corriamo, senza sudare.

Cantiamo, in coro.

Esultiamo, con prudenza.

Viene definito processo di scolarizzazione: imparare a rispettare le regole della convivenza civile.

Come si impara l'osservanza delle norme?

Con il veto: è vietato far chiasso, creare confusione, parlare.

E’ vietato spostarsi senza autorizzazione.

E’vietato bere.

E’ vietato avere pensieri distraenti.

E’ vietato fare domande non contemplate.

E’ vietato provare curiosità.

E’ vietato esternare il proprio stato d'animo.

Tirando le somme, è vietato esser felici.

Eppure ….

La socialità è uno dei fini dell’educare.

Socialità significa star bene con gli altri.

Per star bene con gli altri si dovrebbe star bene con se stessi.

Ergo esser felici.

Cosa impedisce di educare alla felicità?

Cosa impedisce di sorridere mentre si svolge il delicato compito dell'insegnare?

Cosa impedisce di coniugare istruzione con passione, movimento, colore, entropia?

In molte organizzazioni lavorative nel mondo (Google, Ikea, Lego, fra le altre; ma anche a Dubai

esiste il People Happiness Department) la felicità non solo è contemplata come elemento necessario

allo sviluppo aziendale, ma è addirittura ricercata. (vedi http://positivesharing.com).

Già nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti dell’America del 1776 è indicato, tra i Diritti

inalienabili, il diritto alla ricerca della Felicità.

Perché il livello di soddisfazione delle persone incrementa la loro motivazione.

Migliora le performances professionali.

Stimola la partecipazione.

Aumenta la creatività.

Agevola il problem solving.

Potenzia le energie.

Incita all’innovazione.

Favorisce l’assunzione di responsabilità.

Fa maturare la persona.

Fa crescere il gruppo.

Tutti ingredienti irrinunciabili nel processo educativo.

Da quest’anno all’ #ICSestu (Istituto Comprensivo di Sestu, Cagliari) nel quale lavoro abbiamo inserito in organigramma il Referente della Felicità di istituto.

Il nostro Chief Happiness Officer scolastico.

Portatore sano di sorrisi.

Ricercatore di buone prassi.

Generatore di opportunità positive.

Trainer del ben-essere.

Vogliamo star bene.

Noi.

Vogliamo far star bene.

I nostri studenti.

Tutti.

#nonunodimeno

#SmileSchool – E come Empatia

Nuovo appuntamento con la rubrica di pensieri e riflessioni sul mondo della scuola. Oggi entriamo nel mondo delle emozioni. 

Pathos.

La capacità di suscitare emozione, densa, intensa.

Calore, vicinanza, immediatezza.

Empatia.

Nella relazione interpersonale è la capacità di mettersi nei panni dell’altro, com-prenderne lo stato d’animo, leggerlo e abbracciarlo, inglobandolo nel se.

Com-partecipare all’altro da sé.

La relazione educativa è un caso particolare di intersoggettività, che si realizza in maniera intenzionale e consapevole all’interno della scuola.

L’adulto scientemente si pone come guida esperta di un individuo in crescita.

Deliberatamente.

Per scelta professionale.

Egli è dotato degli strumenti che gli consentono di agire in modo responsabile per guidare il discente nel passaggio dall’età dello sviluppo alla maturità.

Discente.

Esiste il prototipo del discente?

Il modello emblematico al quale riferirsi quando ci si trova in una relazione educativa?

Discente è persona.

Persona è diversità.

Diversità è alterità.

Per ri-conoscere l’altro-da-me come parte-di-me, della comunità che con-dividiamo, il rapporto empatico è la chiave.

Partendo da questo presupposto, è dunque possibile adottare un paradigma educativo che ricomprenda tutte le divergenze di tutti gli altri-da-sè?

Se questo paradigma ha carattere di plasticità, è sufficientemente morbido da accogliere tutto il polimorfismo umano, è predisposto alla mutevolezza, si adatta al cambiamento, allora forse si può.

Se questo paradigma include in primis il sentire, oltre alle conoscenze (sui processi di apprendimento, lo sviluppo cognitivo etc…), la relazione educativa che si sviluppa al suo interno potrebbe essere di successo.

Il successo formativo, quello al quale sono indirizzate le azioni del sistema di istruzione.

Il successo formativo, quello diretto alla crescita della persona, dell’uomo e del cittadino.

Il successo formativo, quello orientato ad offrire pari opportunità di apprendimento agli studenti e alle studentesse.

Pari dignità alla loro origine sociale, religiosa, sessuale, culturale.

Pari occasioni di crescita personale.

Crescita.

Si cresce se si cammina insieme.

Si cresce insieme se il modello di riferimento è: io vinco-/ tu vinci.

Perchè il risultato dell’equazione è: noi vinciamo.

Il gioco di squadra è funzionale al ben-essere di tutti.

Il gioco di squadra è funzionale se agiamo in sinergia.

Sinergia significa cooperare, collaborare.

Sinergia produce potenziamento dell’azione individuale.

Moltiplica gli effetti positivi.

Mette in reciprocità.

Crea armonia e vicendevolezza.

Riduce la dissonanza.

Accorda le vibrazioni.

Rende partecipi.

Tutti.

#nonunodimeno

 

Alessandra Patti

Venerdì 24 febbraio la finale del Contamination Lab

Venerdì 24 febbraio 2017 a partire dalle ore 15 presso la sala M1 del Teatro Massimo di Cagliari, grazie alla collaborazione con Sardegna Teatro, si terrà la finale del Contamination Lab Unica, oramai un appuntamento importante per confrontare idee imprenditoriali innovative di studenti e neolaureati e le fa incontrare con investitori, imprenditori, esperti, ed operatori finanziari.

C’è anche Sardegna 2050 tra le collaborazioni del CLabUniCa, percorso di eccellenza dell’Università degli Studi di Cagliari, una delle tante recenti novità del percorso associativo.


Programma della serata:
15.00 – Registrazione partecipanti

15.30 – Saluti Istituzionali
Maria Del Zompo – Magnifico Rettore Università di Cagliari
Raffaele Paci – Assessore della Programmazione, bilancio, credito e assetto del territorio
Massimo Zedda – Sindaco Città di Cagliari

16.00 Maria Chiara Di Guardo – Direttore Centro Ateneo per l’innovazione e l’imprenditorialità & Responsabile Scientifico del Contamination Lab UniCa

16.15 Sardegna Teatro: Esibizione artistica

16.30 Menny Barzilay – Cybersecurity strategist & avangelist of innovation

16.45 Moses Concas: Esibizione artistica

17.00 Mario Mariani (The Net Value) & Augusto Coppola (LVenture) – Coach CLab UniCa

17.15 Presentazione dei Pitch #04Edizione

18.15 Moses Concas: Esibizione artistica

18.30 I nuovi confini della contaminazione: dalla Sardegna all’Europa tra arte e imprese
Paolo Petrocelli – Co-fondatore & Presidente Comitato Giovani UNESCO
Linda Di Pietro – Presidente RENA

19.00 Premiazione

19.30 Conclusione

Moderatore della serata: Alessandro Fusacchia

Evento e altre informazioni su fb

https://www.facebook.com/events/126641597851951/

#SmileSchool – D come Divergere

Quinta puntata della nostra Alessandra Patti che oggi affronta il tema delle eterogeneità che può portare interessanti risvolti. 

#SmileSchool – D come Divergere

A ben riflettere il compito affidato al sistema scolastico è impraticabile.

Fornire a tutti livelli minimi di competenze di base partendo da situazioni personali variegate.

Garantire omogeneità partendo da eterogeneità.

Teoricamente offrendo l’opportunità a tutti – e a ciascuno – di sviluppare le proprie attitudini e potenziare i talenti.

Teoricamente.

Essendo un compito complesso, e faticoso, si fa prima a tener ferma solo la prima parte del progetto: omogeneizzare.

Che sarebbe pure non malaccio, se non fosse che dall’omogeneità all’omologazione il passo è breve…

E quindi?

Quindi spesso si finisce per adempiere amministrativamente a prassi non esperite nella realtà didattica; si chiamano “casi” gli alunni (i bambini, i ragazzi, le persone) che si discostano dalla normalità.

Normalità.

Altro non è che l’idea esemplare, il modello, quasi l’archetipo di studente che vorremmo.

In fin dei conti il normodotato non esiste.

Esiste Giovanni, che ha i genitori separati e di questo soffre. E quindi non “rende” quanto potrebbe.

Esiste Laura, che è figlia unica, i genitori lavorano entrambi e sta spesso con la nonna. E quindi non “rende” quanto potrebbe.

Esiste anche Giacomo, che il padre non lo ha, e ….

Poi esistono Rosa, Fiammetta e Fabio. Hanno situazioni socio-culturali di partenza svantaggiate. Vorremmo mica che siano nella media?

E non dimentichiamo Giorgio: famiglia ricostituita, padre risposato, madre single, affidamento condiviso ma conflittuale.

E Simone che è dislessico.

Invece Tiziana è disabile.

Quelli che potrebbero far bene son chiassosi, interrompono la lezione, non si concentrano quelle 4-5-ore-consecutive-senza-fiatare, ….insomma ha-le-capacità-ma-non-si-applica, è-intelligente-ma-non-studia, se-solo-si-impegnasse-di-più-avrebbe-risultati-migliori.

In totale 21 alunni.

Su 21 alunni circa 21 sono “casi”.

La classe-tipo.

E si che a fare i conti con i dati di realtà ci vorrebbe poco: com’è che l’alunno-tipo emerge solo in un’icona dell’immaginario collettivo della scuola? Com’è che in aula è merce rara?

E tutti addolorati ad autofustigarsi: non esistono più i bambini di un tempo, le famiglie non educano al rispetto, la società produce disvalori….

Un motivo per indossare il cappello di Calimero lo si trova senza neppure faticare.

Li vorremmo tutti uguali, questi esserini curiosi.

Li vorremmo non troppo curiosi, che poi si muovono.

E fanno disordine.

Vorremmo valorizzare il loro pensiero divergente, le capacità critiche, l’espressione di se, la motivazione ad apprendere, le intelligenze multiple, i talenti naturali.

In silenzio, però, che la confusione è fastidiosa.

E financo pericolosa, forse.

Come uscire da questo laccio che stringe la vita, al pari di una giacca stretta di spalle che rende goffi i movimenti?

Come far crescere la passione per la conoscenza?

Come spingere alla promozione di se l’audace e il riservato, l’arguto e il tedioso, l’informale e il raffinato, ciascuno secondo i propri tempi e modi?

Promuoviamo l’uguaglianza di opportunità o l’appiattimento verso un modello ideale?

Un caro amico istruttore di equitazione ha l’abitudine di rispondere agli aspiranti cavallerizzi che chiedono perchè l’equino sul quale montano muova le orecchie: “perchè è vivo! Se desideri un cavallo impalato te lo consiglio a dondolo …”

Non riesco a rinunciare al sogno di quegli sguardi che aspirano il mondo con voracità.

Non riesco a pensare al sogno come a una speranza.

Non posso.

Perchè il sogno induce al movimento, chiede di essere inseguito e realizzato.

La speranza è intrisa di fatalità, e invita all’attesa di una soluzione spontanea.

E i nostri ragazzi non sono spore fungine che attendono nel sottobosco la pioggia, e speriamo che arrivi.

I nostri ragazzi sono vivi, muovono le orecchie, agitano le mani, roteano le pupille e hanno in punta di lingua mille domande che aspettano l’occasione di essere poste.

Attendono che noi offriamo loro l’opportunità.

Noi che siamo professionisti dell’educare e del formare.

Che amiamo il nostro lavoro proprio perchè è sempre diverso.

Che lo abbiamo scelto perchè abbiamo consapevolezza del processo di crescita delle persone che ci sono affidate.

Che lo portiamo avanti con passione e non come missione.

Che amiamo Giacomo perchè somiglia a Fabio ma non è Fabio.

Che riconosciamo che Fabio è diverso dal prototipo di Fabio.

Che vogliamo che ciascuno di loro possa attuare il diritto di essere ciò che è.

Tutti.

#nonunodimeno

 

Alessandra Patti

 

 

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